La ricerca del consenso

european_parliament2Da sempre considerate come “second order election” (Marsh e Mikhaylov, 2010), queste sono state le prime elezioni in cui i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su un candidato alla Presidenza della Commissione. Più che un passo in avanti verso la democratizzazione dell’UE  sembra un tentativo di recuperare credibilità nei confronti degli elettori, sempre più disillusi in questi anni di austerity. Questo pone un problema di non poco conto: i partiti europei saranno in grado di gestire questa nuova situazione? Questa perplessità nasce dalla constatazione dell’assoluta eterogeneità dei loro componenti, dovuta alle diverse tradizioni politiche nazionali che, come nota Weiler, li porta a discostarsi dalla classica frattura destra/sinistra. Basti pensare al PPE che, tralasciando le “incomprensioni” tra alcuni suoi leaders ha allargato la sua membership alle formazioni della destra conservatrice, creando un grosso calderone nel quale si confondono partiti che, oltre ad avere visioni diverse, nel loro Stato si trovano in schieramenti opposti. Inoltre viene da chiedersi se ci siano effettivamente differenze tra una Commissione a guida popolare e una a guida socialista, dato che in Aula questi partiti quasi sempre votano alla stessa maniera (secondo VoteWatch.eu questo si è verificato il 70% delle volte nella legislatura 2004-2009). Infine questo Parlamento sarà ancora sprovvisto di un potere chiave, l’iniziativa legislativa. Più che specchietti per le allodole, servirebbe una netta inversione di marcia. La strada non è questa.

 

Fonti: Michael Marsh e Slava Mikhaylov, “European Parliament election and EU governance”, Living Reviews in European Governance, vol.5 n.4, 2010

 

Valerio Coltorti

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