Il mantra delle riforme

foto rafUn tempo si conoscevano due soli campi di applicazione delle riforme. In campo politico, il riformismo socialista (e poi democratico) contrapposto al massimalismo rivoluzionario e, in campo religioso, la Riforma protestante contrapposta alla Controriforma cattolica.

Nel linguaggio della politica 2.0 è esploso il mito delle riforme, meglio se “strutturali”, ma non si capisce bene – e sembrano ignorarlo anche i loro sostenitori – di quali riforme si tratti: se istituzionali, economiche, sociali, culturali o più in generale di tutto un po’. Meno che mai si capisce il segno, la cifra di queste riforme: se – come usava dire una volta – di sinistra o di destra. Anzi, una volta il problema non si poneva nemmeno: il riformismo, in quanto strategia di cambiamento, era naturalmente di sinistra, identificandosi con politiche di cambiamento progressivo ma graduale.  A destra potevano esserci semmai conservazione o reazione.

Al giorno d’oggi  le cose cambiano e, tanto per cambiare, è l’Europa che ci chiede le riforme.  Di nuovo viene da chiedersi – e gireremmo la domanda al “Fast President” Renzi – di quali riforme parliamo? Il giovane (ormai non più tanto: il tempo passa anche per lui) presidente “rottamatore” per la verità ha provato a elencarle, mettendoci dentro lavoro, scuola, sistema elettorale e altre impegnative modifiche costituzionali (a valere per la prossima legislatura, vista la proroga dei 1000 giorni che ha voluto concedere al suo governo). Così fan tutti.

Ma l’impressione è che le riforme siano il mantra che la signora Merkel ha inteso stendere su tutti i partner dell’Ue di modo che siano funzionali agli interessi della Germania e dell’euro, che quindi garantiscano politiche restrittive di rigore, contro ogni istanza di sovranità statale.

In cosa consistessero le “riforme strutturali”, in genere presente ossessivamente come inderogabili e improcrastinabili, l’aveva colto e rivelato Padoa Schioppa, ministro del Tesoro nel governo Prodi:

Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma deve essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.

Così disse Schioppa, ispirato dal modello dei “bamboccioni”. Così hanno ribadito poi Monti e la signora Fornero. Così sembra pensarla Renzi. Ma siamo sicuri che queste siano le riforme su cui consentono gli Italiani, anche quelli “riformisti” (e di sinistra)?

Raffaele De Mucci

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