La guerra in streaming: l’IS tra social network e sogni di califfato (prima parte)

1408572680233_wps_7_JAMES_FOLEY_beheaded_by_ILa terribile guerra nel nome dell’Islam condotta dal neo ed autoproclamatosi Stato Islamico (IS) non è una guerra come tutte le altre. E ciò non è dovuto alle efferate decapitazioni, alle crudeli crocifissioni o ai cruenti massacri degli infedeli. Questo genere di atrocità sono in realtà grosso modo perpetrate off-the-record dovunque vi sia la presenza di gruppi fondamentalisti, e cioè in parecchi posti nel mondo.

Ciò che caratterizza l’IS è invece la cura e l’attenzione con cui utilizzano i mass media, e soprattutto i social media, per amplificare il loro messaggio di guerra e di terrore. I mezzi di comunicazione sono diventati nelle loro mani una potentissima arma forse ancora più efficace delle abbondanti scorte di kalashnikov su cui possono fare affidamento.

Che il terrorismo si servisse del potere della comunicazione per raggiungere i propri scopi era già un aspetto noto. Ricordiamo ancora troppo bene i videomessaggi di Osama Bin Laden, nei quali l’ex capo di Al Qaida lanciava anatemi contro l’Occidente. Ma quei monotoni clip a bassa risoluzione sono ora stati sostituiti da ben più cinematografici (genere horror/splatter) video in HD ad opera del califfato più virtuale che ci sia.

La guerra in streaming dell’IS porta le atrocità e le barbarie dei tempi remoti verso nuove frontiere: il mix letale di jihad e social network spalanca le porte all’orrore che entra direttamente nella quotidianità delle nostre vite digitali, suggellando una macabra e perversa logica del “selfie col morto“.

Ma aldilà dello shock e del turbamento,  quali sono le ragioni per cui l’IS ha deciso di manifestare on-line le sue nefandezze? Quali vantaggi può trarre da questa strategia? E, più generalmente, qual è la reale portata, non solo virtuale, ma anche militare, di questo nuovo soggetto?

La svolta “social” del gruppo jihadista che opera tra Siria e Iraq, e sogna di ristabilire un grande califfato per riunire sotto un’unica autorità tutti i musulmani, è arrivata per due motivi: uno è la natura assai giovane e ampiamente tecnologizzata del movimento di lotta islamica, l’altro è un fine assai pratico: la facilità di proselitismo che offre il web. Infatti, grazie a internet, l’IS è riuscito ad arruolare tra le sue fila migliaia di combattenti provenienti dall’estero e soprattutto dall’Occidente, che si sono convertiti alla causa dell’Islam. È indubbio che l’ISIS abbia portato la guerra ad un altro livello. L’IS ha sposato una logica di grassrooting grazie alla quale è riuscito a sviluppare un considerevole contingente di forze che opera su tastiera tramite Twitter, Facebook e Instagram, ottenendo, inoltre, un notevole numero di followers e una grande quantità di like. Grazie a questo approccio, essi sono già riusciti ad affermarsi sugli altri gruppi fondamentalisti islamici, meno avvezzi all’uso delle nuove tecnologie.

Tuttavia, l’ostentazione della violenza e dell’odio on-line sembra essere fatta più per impressionare che per dimostrare autentiche forze in campo. L’IS ha ancora troppi nemici dal notevole peso specifico per poter realmente pensare di realizzare i propri sogni di gloria.

Fine prima parte

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Michele Carretti

Pubblicato il 21 settembre 2014

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