L’eroismo perdente di Braveheart: Inghilterra batte Scozia 55-45

movie-mistakes-9-braveheart-1091439-TwoByOneChissà come ha reagito il mio vecchio amico e maestro Arend Lihjphart  al solo annuncio di un referendum per l’indipendenza della Scozia dalla Gran Bretagna che, a prescindere dall’esito, rischia di mandare definitivamente in frantumi il modello “Westminister” minacciando la credibilità di una delle sue variabili fondamentali, ovvero la natura di stato unitario e accentrato. Nonostante la schiacciante vittoria degli “unionisti” con lo scarto di 10 punti percentuali.  Nemmeno la devolution, concessa nel 1997 anche a Galles e Irlanda, non aveva prodotto scossoni tanto intensi alla tenuta del quadro teorico. E in effetti, si trattava di concessioni dall’alto di segmenti poco incisive di sovranità.

Conoscendo il prof. Lijphart, sono abbastanza sicuro che finirà per trovare argomenti a difesa della sua tesi originaria con l’ausilio di qualche ipotesi ad hoc. Per esempio, che l’autonomismo esasperato degli scozzesi dipenda da qualche fattore esterno o estemporaneo rispetto al modello maggioritario, come l’Ue o un inaspettato surriscaldamento di nazionalismo indotto da alcuni gruppi ed élite interni che hanno interesse alla secessione.  O anche che l’imposizione di un sistema unitario o accentrato sarebbe in grado di prevenire la secessione se l’ingrediente di base del separatismo non fosse forte (parole sue). Come sta evidentemente appalesandosi nella Scozia del XXI secolo quasi in replica dell’epopea dei “giacobiti” di quattro secoli fa. O imputando questa riviviscenza di indipendentismo all’intreccio inestricabile, in questi paesi, fra questione nazionale e questione sociale. Nel senso che, come è noto,  il nerbo del proletariato urbano nelle città scozzesi è costituito da popolazione di origine irlandese, fuoriusciti dalla madrepatria quando scoppiò la rivolta contro l’Inghilterra dell’Irlanda del Sud durante gli anni della grande carestia nel XIX secolo. Mentre, i “lealisti” – a Dublino come a Glasgow – erano rappresentati soprattutto dai ceti dominanti di provenienza o fedeltà inglesi.

Ma è un fatto che, dopo questa ennesimo test di falsificazione del modello, la “deriva della democrazia maggioritaria” è ormai del tutto certa e definitiva anche in Gran Bretagna. Che da oggi non è più tale o potrebbe non esserlo in un futuro prossimo. Insomma, se nella bandiera dell’Union Jack la croce di San Giorgio (Inghilterra) continuerà a sovrapporsi alla croce di Sant’Andrea (Scozia), nei fatti i costi che la madrepatria è costretta a pagare ai piccoli stati dell’isola britannica, in termini di autonomia e sovranità locali, sono elevatissimi e prefigurano – al  minimo – soluzioni di tipo federale.

La lezione per l’Europa e i suoi mentori intellettuali (multi e transdisciplinari) è che lo Stato nazionale continua ad esistere contro ogni previsione e auspicio contrari.  Ma è comunque assai improbabile – a prescindere dal risultato del referendum – che la vicenda dei rapporti fra Inghilterra e Scozia produca effetti domino sulle altre situazioni  in bilico per tendenze al separatismo (la Catalogna e i Paesi baschi in Spagna, un po’ meno  le subculture linguistiche e territoriali in Belgio, chissà perché l’Ucraina) oppure all’irredentismo  (come in Irlanda, per gli obiettivi di riunificazione). Meno che mai nella Padania , che non condivide né tradizioni indipendentiste, né tradizioni di irredentismo con le altre realtà nazionali europee.

Raffaele De Mucci

Be Sociable, Share!