La guerra in streaming: l’IS tra social network e sogni di califfato (seconda parte)

Questo articolo è il seguito di una analisi sulla guerra condotta dall’IS e sulle sue strategie di comunicazione. La prima parte può essere letta cliccando qui.

 

isisNonostante la ferocia e le manie di potenza, l’IS deve far fronte a numerosi nemici. Prima di tutto c’è il nemico interno. L’ex ISIS è solo l’ultimo arrivato in una galassia di formazioni fondamentaliste in rivalità tra loro. Al Qaida, tramite il suo numero uno Al Zahawairi, ha già sconfessato il movimento di Al Baghdadi, definendolo troppo estremista e radicale. Secondo, ci sono gli Stati Uniti e i suoi alleati impegnati nelle azioni militari. Sebbene Obama con ritegno voglia impegnarsi in una nuova guerra, per di più in Iraq,  gli USA non possono drasticamente dismettere i panni di gendarme del mondo, soprattutto quando vengono direttamente tirati in ballo dai terroristi (che decapitano cittadini americani o che dichiarano di voler “issare la bandiera di Allah sulla Casa Bianca“). Resta il fatto che le bombe sganciate dall’alto, seppur utili a distruggere i punti logistici dei fondamentalisti, non riusciranno mai a dare stabilità alla zona; e in questo sono indispensabili gli attori regionali.

Uno fondamentale tra questi è l’Iran. Lo Stato sciita si trova alla porta di casa un nemico pericolosissimo che odia tanto i miscredenti occidentali quanto i “traditori” della vera fede islamica, quella sunnita. Non è perciò da escludere un più ampio impegno dell’Iran in questo teatro di guerra, dove il nemico comune (l’IS) potrebbe condurlo a partecipare ad inconsuete alleanze con Paesi sunniti come, per esempio, l’Arabia Saudita.  L’Arabia Saudita è un altro attore fondamentale nel palcoscenico mediorentale, preoccupato come altri dell’ascesa dell’IS. L’estremismo e il populismo di quest’ultimo sono motivi di agitazione per la monarchia di casa Saud che teme di vedersi spazzata via da un’ondata di Islam dal basso.

Poi c’è la Turchia, che si ritrova ad essere la vittima di un effetto boomerang scatenato da una politica estera a sostegno delle opposizioni ad Assad, ISIS compreso, e che ora vede lo Stato Islamico una minaccia che bussa alla porta di casa, prova ne è la cattura di 49 turchi tenuti come ostaggi dalle milizie di Al Baghdadi. Finora la Turchia non ha fatto molto per impedire l’espansione dell’IS, ma è arrivato il momento che si renda anch’essa un attore attivo nella lotta contro il terrorismo islamico: la Turchia è un paese troppo importante nella zona per poterne fare a meno. Più defilato, invece, Israele, che non vuole gettarsi nella mischia di guerra che, per il momento, non pone troppe minacce alla sicurezza dello Stato ebraico.

Date le circostanze, quindi, spargere sangue on-line difficilmente permetterà all’IS di stabilire il Califfato, ma se non altro avrà contribuito ad una nuova evoluzione della guerra, che integra in modo professionale l’aspetto della comunicazione web, e coniuga perfettamente la voglia dell’apparire della società moderna con il fine pratico dell’arruolare della guerra come è sempre stata.

 

Michele  Carretti

Pubblicato il 25 settembre 2014

Be Sociable, Share!