La coerente incoerenza di Ankara nella guerra all’ISIS

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Foto: http://www.ulusalpost.com/

L’atteggiamento di Ankara nei confronti della guerra allo Stato Islamico (IS) è descritto dai media mainstream in maniera ambigua. Apparentemente, potrebbe sembrare che il governo turco sia schizofrenico perché nel giro di poche settimane è passato da un atteggiamento di formale non belligeranza all’approvazione parlamentare dell’intervento in Siria e Iraq; in realtà, le relazioni tra gli stakeholders turchi e gli attori mediorientali sono molto complesse e in questa sede si tenterà di interpretare in maniera coerente il comportamento di Ankara alla luce dei suoi interessi e delle meccaniche politico-economiche che le ruotano intorno.

Fin dallo scoppio della guerra civile siriana, il tandem DavutoğluErdoğan persegue tre obiettivi principali nella sua politica mediorientale:

1- Rovesciare il governo di Assad: nel tentativo di raggiungere questo obiettivo, Ankara ha finanziato, appoggiato, equipaggiato e addestrato molti dei gruppi siriani di opposizione –moderati e non. Il suo lunghissimo confine con la Siria, privo di vere e proprie barriere naturali, è stato più volte utile come “zona franca” per i ribelli siriani che dovevano riorganizzarsi e riequipaggiarsi.

2- Limitare il flusso di rifugiati: lo stesso confine ora è divenuto un pericolo per la politica interna turca. Esso causa enormi disagi socio economici nelle regioni a sud est e aumenta il rischio di infiltrazioni terroristiche.

3- Soggiogare il PKK: nonostante il sincero e proficuo rapporto instauratosi con il capo del Partito Democratico del Kurdistan iracheno (PDK), Mas’ud Barzani, la Turchia ha interesse ad avere un PKK debole ma che funga da “scudo” ai tentativi dell’ISIS di consolidarsi o di entrare nel confine turco.

In questa fase, Ankara si trova tra tre fuochi di cui è molto difficile non rimanere scottati: internamente c’è il PKK che minaccia la rottura della tregua con il governo turco se la città di Kobanê cadrà nelle mani dell’ISIS; ai propri confini c’è il difficile rapporto con lo Stato Islamico da gestire: un ottimo strumento per il perseguimento dell’obiettivo 3 e un utile partner economico sul mercato nero del petrolio ma un imbarazzante interlocutore agli occhi degli storici alleati della NATO; al di là dell’Oceano Atlantico, ci sono, invece, le pressioni diplomatiche americane affinché la Turchia faccia la sua parte nella guerra contro l’ISIS.

Questo difficile equilibrio tra stabilità interna e interessi di politica estera impegnerà non poco il governo turco; momentaneamente, la tregua con il movimento di Öcalan rimane valida nonostante l’ISIS sta fiaccando la resistenza dei curdi dell’Unità di Protezione del Popolo (Yekîneyên Parastina Gel in curdo, YPG, costola siriana del PKK) a Kobanê. La scelta di schierare 10000 soldati al confine siriano e di votare l’azione militare non è stata un cieco allineamento alle politiche statunitensi e neanche un atto di schizofrenia politica: questa è stata condizionata prima di tutto dai tre obiettivi elencati sopra, per cui, se la strategia americana, come ha dichiarato, farà in modo di indebolire tanto l’ISIS quanto il governo di Assad senza rinforzare eccessivamente il PKK, allora la Turchia sarà pronta e disponibile a svolgere un ruolo attivo e fondamentale sul quadrante Mediorientale.


Marcello Ciola

Pubblicato il 11 ottobre 2014

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