Russia, l’harakiri delle sanzioni

Le sanzioni alla Russia stanno avendo ripercussioni sulle imprese italiane, già colpite dalla crisi senza ottenere risultati. È ora di cambiare strategia.

Sanctions-russia mcdonalds

Foto: nytimes.com

Nei giorni scorsi il Ministro Guidi ha parlato alle Camere riguardo le sanzioni europee alla Russia e al conseguente embargo che questa ha imposto a taluni prodotti europei. Il quadro delineato è tutt’altro che confortante e bastano pochi dati per capirlo. Anzitutto l’Italia rappresenta il secondo partner commerciale europeo della Russia dopo la Germania con un interscambio commerciale di 30 miliardi di Euro (informativa Ministro Guidi).

Considerando il solo export alimentare dall’Italia alla Russia, si nota come questo sia cresciuto del 776% nell’arco 2000-2013 contro il 327% di crescita complessiva delle nostre esportazioni (dati Confindustria). Non si hanno ancora stime precise sulle perdite, le quali vanno dai 100 milioni dell’ICE ai 200 circa di altre previsioni per il solo 2014. In particolare, il settore più colpito sarà proprio quello ortofrutticolo, già provato dalla stagione sfavorevole.

Oltre questi dati immediati è opportuno fare una riflessione sui possibili danni “a lungo termine”. Naturalmente la Russia non si priverà di quei prodotti che prima importava da noi, ma cercherà dei nuovi fornitori. Cosa succederà quando si ristabilirà la normalità con i russi? Le nostre imprese, le quali con enorme fatica erano riuscite a penetrare in un mercato dalle enormi potenzialità, saranno in grado di riconquistare la posizione che detenevano prima? I dubbi sono fondati.

Oltre questi aspetti economici è da considerare anche la scarsa efficacia che tali sanzioni potrebbero avere. Secondo Adam Roberts, infatti, solo in rarissimi casi le sanzioni hanno portato gli effetti per i quali erano state adottate. Anche in questo caso la storia sembra ripetersi: se infatti è vero che molte aziende russe, Gazprom e la sua Banca in primis, stanno soffrendo non poco gli effetti delle sanzioni, è altrettanto vero che questo non basterà a far cambiare atteggiamento a Putin. Ancora, bisogna considerare le possibili conseguenze delle sanzioni. Allontanando gli investimenti russi, altro non si fa che spingere gli stessi verso la Cina. Cosa succederà una volta ristabilita la normalità? Saremo in grado di attirare nuovamente tali investimenti?

In sostanza l’Europa ancora una volta si è appiattita sulle decisioni degli USA, invece di portare avanti una propria politica estera autonoma. Sarebbe stato più opportuno evitare l’adozione di queste misure, finanziare in maniera decisa le formazioni meno estremiste e più europeiste dell’eterogeneo fronte anti-russo in Ucraina, sia in questo momento di guerra civile che per la futura ricostruzione. In questo modo si sarebbe acquisita una forte influenza sul Paese, con la possibilità di legarlo a sé e con l’obiettivo ultimo dell’ingresso nell’Unione, proseguendo in una delle pochissime politiche europee di successo degli ultimi anni: l’allargamento. Prezzo questo che Putin sarebbe stato probabilmente disposto a pagare per la Crimea. La speranza è che la “nuova” Italia di Renzi faccia valere il (poco) peso politico che le rimane per lo stop alle sanzioni.

Esportazioni e importazioni  per Paese

Per approfondire:

http://www.ice.gov.it/paesi/europa/russia/upload/088/Misure%20restrittive%20Federazione%20Russa%20e%20Sanzioni%20Unione%20Europea_PORTALE_24.09.14.pdf

Valerio Coltorti

 

 

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