Bosnia ed Erzegovina, i nazionalisti vincono le elezioni tra nuove tensioni e vecchi incubi

Le campagne elettorali antecedenti la chiamata alle urne della popolazione bosniaco-erzegovese hanno visto riaccendersi lo spirito nazionalistico che, poco più di vent’anni fa, ha trascinato la Bosnia ed Erzegovina in quei quattro anni di guerra che hanno segnato per sempre il Paese.

bosnia elections

Foto: turkishweekly.net

Il tempo del caffè, tradizione radicata e universalmente condivisa in Bosnia ed Erzegovina, rito quotidiano e momento di aggregazione interetnica, è finito molto tempo fa. E probabilmente non tornerà più.

Il fatto che la vittoria elettorale sia stata colta dai tre principali partiti nazionalisti potrebbe suonare come uno spettrale déjà vu. La situazione in cui versa il Paese e il riemergere del nazionalismo richiamano alla memoria i primi anni ’90, il crollo della Jugoslavia, la proclamazione dell’indipendenza e la conseguente disastrosissima guerra. Questa guerra ha segnato per sempre quei territori e, a quanto pare, i politici del nuovo corso si sono rivelati incapaci di saper cogliere il lascito della guerra.

Due settimane fa, in Bosnia ed Erzegovina, si sono svolte le elezioni politiche, con le quali i cittadini sono stati chiamati ad eleggere la presidenza collegiale, i rappresentanti del parlamento federale ed i rappresentanti dei singoli organi delle due entità del Paese (la Federazione musulmano-croata e la Repubblica Serba).

I risultati, benché non ancora confermati del tutto, hanno chiaramente fatto emergere alcuni dati che potrebbero far suonare più di un campanello d’allarme. Innanzitutto, la scarsa affluenza alle urne, appena del 54% (inferiore a quella del 2010), è sintomatica della mancanza di fiducia della popolazione di Bosnia ed Erzegovina nei confronti della classe politica. La grave crisi economica, l’elevatissimo tasso di disoccupazione rendono assai difficili da credere, agli occhi della popolazione, le promesse elettorali dei vari candidati.

Prendendo in esame la presidenza collegiale, è da rilevare come i candidati eletti appartengano alle fila dei tre partiti nazionalisti del Paese. La presidenza rappresenta uno degli artifizi degli accordi firmati a Dayton, intesa quale strumento per favorire il processo di riconciliazione e normalizzazione del Paese. All’interno della presidenza siedono infatti tre individui, in carica per quattro anni, governando ciclicamente per un periodo di otto mesi ciascuno. Ognuno di essi rappresenta una delle tre etnie “costituenti” del Paese, riconosciute dalla Costituzione del 1995 che, peraltro, è divenuta ormai obsoleta.

Tornando ai candidati, Bakir Izetbegovic, figlio del ben noto Alija e leader del Partito d’Azione Democratica (SDA) è stato riconfermato in veste di rappresentante dell’etnia musulmano-bosniaca. A dividere la poltrona insieme a lui, fino al 2018, vi saranno Dragan Covic, esponente dell’Unione Democratica Croata (HDZ) e Zeljka Cvijanovic, premier della Republika Srpska ed esponente della Coalizione dei Democratici Indipendenti (SDNS).

 

Nicoletta Ferfoglia

 

Per saperne di più:

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bosnian-general-election-return-nationalists-and-defeat-social-democrats-11421

http://www.theguardian.com/world/2014/oct/13/bosnia-elections-nationalists-rival-ethnic-groups-claim-victory

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