Il riformismo di Renzi e il verso giusto

Il nuovo centrosinistra del premier non ha ancora deciso se ispirarsi al liberalismo sociale o quello classico. E intanto il paese non riparte

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Foto: skytg24.com

La situazione economica dell’Italia non migliora. Gli indici statistici (ISTAT) e i rapporti delle principali istituzioni e centri di ricerca nazionali e internazionali (Banca Italia, BCE, OCSE, FMI) continuano a registrare una sostanziale recessione. Il governo presieduto da Matteo Renzi sta attraversando “l’autunno caldo” delle contestazioni, in concomitanza dell’adozione della Legge di Stabilità. L’aspro scontro dialettico con le parti sociali, la frattura profonda con la minoranza interna del PD, gli incidenti di piazza e la polemica con Junker, nuovo Presidente della Commissione Europea, non sono che gli ultimi atti della corsa a ad ostacoli in cui il governo è impegnato. Rispetto al passato, la novità è la contrapposizione tra un governo di centro sinistra e la CGIL, il principale sindacato italiano.

Per far fronte a queste difficoltà, il Presidente del Consiglio difende con convinzione le misure adottate e ribadisce, in ogni intervento pubblico, il suo impegno a procedere con il piano di riforme presentato ad inizio del mandato. La maggiore flessibilità del mercato del lavoro, l’eliminazione del vessillo dell’art. 18, la riduzione della pressione fiscale (il modesto taglio dell’Irap) e l’adozione strutturale del bonus di 80 euro in busta paga per i lavoratori dipendenti sono le misure più rappresentative che qualificano la legge di stabilità e delle riforme.

Ma sono anche le disposizioni più discusse dai critici del governo. Inoltre, l’annosa questione del ritardo dei decreti attuativi e delle coperture economiche, autentica spada di Damocle sulle riforme proposte, se non risolti rapidamente, rischiano di ancorare l’azione del governo ad un piano di meri annunci finalizzati alla ricerca del consenso. Per “cambiare verso”, scardinare l’ordine costituito, far ripartire l’Italia e riformare l’economia con maggiore competitività e produttività servirebbero un taglio netto della pressione fiscale e la creazione di un ambiente favorevole agli investimenti e alla libera iniziativa economica.

Occorrerebbe quindi una “rivoluzione liberale”, ispirata ad una proposta di riforma sistemica dell’economia italiana. Ad oggi, però, il riformismo renziano non ha espresso una chiara preferenza tra la linea del liberalismo sociale e quello del liberalismo classico. Il primo, approfondito da John Rawls, è particolarmente sensibile alle istanze sociali e di giustizia distributive. In questa impostazione, l’affermazione dell’ideale di libertà è temperata dal principio di equità, garantita dall’intervento redistributivo dello Stato. Il liberalismo classico, che ha in Karl Popper, Friedrich von Hayek e Robert Nozick i suoi esponenti contemporanei più autorevoli, esprime la sua preferenza per le libertà economiche e lo stato minimo, nella convinzione delle virtù del mercato. L’unica forma di giustizia che lo stato deve garantire è quella commutativa, fondata sulla garanzia dei contratti tra privati.

Sul piano politico, la leadership carismatica di Matteo Renzi contrappone ai “gufi” del pessimismo della recessione una linea politica di “speranza” ispirata a processi di accountability (la responsabilità dei governanti nei confronti dei governati). Per spiegare le ragioni del processo di riforma e le possibilità dell’Italia di tornare a “volare”, Matteo Renzi propone tracce di una nuova cultura politica dai caratteri del pragmatismo e del buon senso. Una nuova classe dirigente, sia nella segreteria del Pd sia al governo, si è affermata in seguito ad un profondo processo di rinnovamento. E la Leopolda ha favorito una maggiore partecipazione politica e inclusività, secondo processi democratici che garantiscono il rinnovamento e l’apertura a nuove idee.

Tuttavia, il politico della “rottamazione” non si è ancora trasformato nel grande “costruttore”. La politica della Leopolda, a latere dell’innovazione, della propositività e dell’immediatezza, non affronta il problema del ventennio perso della formazione della classe dirigente. Un ampio dibattito culturale sull’identità del principale partito del centro sinistra (socialdemocratica, liberale di sinistra o riformista) insieme ad una riflessione approfondita sulla visione del mondo, sull’idea di futuro e sulle soluzioni alternative per risolvere i problemi del paese sono ancora molto parziali, quando non del tutto assenti.

La complessa alchimia che consentiva all’Italia della Prima Repubblica di prosperare a dispetto di squilibri strutturali (sia economici sia finanziari) e dei contrapposti veti corporativi, tanto da richiamare la metafora del “calabrone” (che vola sfidando le leggi della fisica), non è più ripetibile. L’apertura progressiva delle economie, le dinamiche politico – istituzionali della globalizzazione e la competizione internazionale richiedono sistemi regionali competitivi, coesi e compatti, in cui i singoli paesi portino a termine i necessari processi di modernizzazione e riforma.

Domenico Fracchiolla

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