Il Quantitative Easing dell’UE: spara a salve il “bazooka di Draghi”?

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foto: telegraph.co.uk

Sull’esempio di USA e Giappone anche l’UE potrebbe lanciare la sua politica di alleggerimento quantitativo, attesa e auspicata anche dai mercati. Ma che da sola ancora non convince.

Dopo aver rivisto al ribasso le stime di crescita e inflazione, il presidente della Banca Centrale Europea Draghi muove passi significativi per l’attuazione del piano di Quantitative Easing, “il Bazooka di Draghi”. Il Quantitative Easing è strategia non convenzionale che prevede che le banche centrali, acquistando titoli di stato, abbassino i tassi di interesse e mettano più denaro in circolo nel mercato. Questa però non è una novità: già il Giappone guidato da Shinzo Abe ha inaugurato nel 2012 una politica fortemente aggressiva nota come Abenomics, che già nei primi mesi dal varo aveva portato a un significativo calo della disoccupazione (-4.1% in cinque mesi) accompagnata dalla svalutazione della moneta tale da favorire le esportazioni. Anche gli Stati Uniti si sono trovati a fronteggiare una situazione analoga dopo la grande crisi finanziaria del 2007/2008; allora la FED rispose con degli Stress Test immediati (con conseguente ricapitalizzazione del sistema bancario) seguiti da un massiccio acquisto di Bond. Ed è proprio Stanley Fischer, attuale numero 2 della FED nonché già banchiere centrale d’Israele e maestro di Mario Draghi, ad indirizzare l’ex allievo sulla sua stessa strada: “Draghi deve affrontare una posizione doppiamente difficile” così risponde a la RepubblicaSia per la situazione economica dell’Eurozona , sia riguardo la capacità decisionale della BCE . Ma gli stessi argomenti a favore del quantitative easing che hanno dimostrato la loro efficacia per l’economia americana, valgono per l’Europa”. E sono i dati a supportare le affermazioni di Fischer: nel terzo trimestre del 2014 l’economia americana infatti è cresciuta ben del 5%.

Secondo Angelo Baglioni di “la voce.info” il QE non sarà sufficiente a rilanciare da solo l’economia del vecchio continente, ma è un primo passo. “È difficile quantificare ex ante l’impatto del QE sulle economie della zona euro”sostiene Baglioni, tuttavia aggiunge “non ci sono buone ragioni per rinunciare ad uno strumento che può essere utile […] a rilanciare la domanda aggregata”. Questo va accompagnato, come non mancano di ricordare i “falchi” di Bruxelles, ad una serie di riforme strutturali all’interno delle singole nazioni. E proprio da una voce autorevole come quella dell’ex ministro delle Finanze Polacco Balcerowicz giunge un monito contro l’utilizzo del QE come un palliativo anti-crisi che eviti ai governi il compito più duro degli interventi interni illudendo con buoni risultati nell’immediato ma producendo non pochi e spinosi problemi nel lungo termine.

Tuttavia nell’attuale panorama grigio dell’Eurozona, sono in molti ad invocare l’intervento salvifico del QE con l’inflazione troppo lontana a quel 2% richiesto dal mandato. Non solo, ma l’attesa aumenta la frenesia nei mercati che reagiscono male all’assenza di stimolo monetario. Draghi dunque si trova di fronte ad un bivio, e la natura composita dell’economia dell’Eurozona non facilita certamente il suo compito. A questo si aggiunge anche il continuo spauracchio della deflazione, aggravato dalle recenti mosse dell’OPEC sul prezzo del petrolio. Una politica troppo interventista rischia infatti di generare conseguenze inattese decisamente spiacevoli ma d’altro canto si può permettere di continuare a guardare?

Rino Festi
Filippo Simonelli

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