La prima bordata del Bazooka di Draghi

Le ragioni di “SuperMario”, i dubbi delle cancellerie e quelle riforme strutturali che ancora mancano

Il 22 gennaio 2015 sarà sicuramdraghi-quantitative-easingente ricordato  come una data importante per la storia dell’Unione Europea. Dal quartier generale della BCE a Francoforte  il comandante Mario Draghi ha definitivamente dato l’ordine di far partire i primi colpi dal suo oramai celebre Bazooka. Dopo giorni, mesi, anni di trattative, sentenze e  resistenze, il piano di rilancio dell’economia è stato finalmente svelato: un piano  che prevede un acquisto di 1140 miliardi di euro in titoli di stato (ma non solo) diluiti in tranches da 60 miliardi al mese da marzo 2015 al settembre 2016, e che ha sorpreso i mercati in positivo: gli analisti, nei giorni immediatamente precedenti, auspicavano un piano per almeno 600 miliardi, e la grande maggioranza dei listini di borsa ha reagito positivamente all’annuncio del piano.

Lo scenario attuale dell’Unione Europea autorizza di fatto l’azione della BCE come “lender of last resort”: l’inflazione è in picchiata (passando da una media di 1.77% nel 2013 all’attuale 0.37%), e la BCE che, tra i suoi vincoli di mandato ha il mantenimento dell’inflazione al 2%, sembra autorizzata ad agire. Tuttavia, il piano di acquisto di titoli non è ben visto in tutti gli angoli del continente: c’è infatti una forte resistenza delle nazioni “rigoriste” che accusa Draghi di essere “agente dell’Italia”. Il presidente della BCE si dice offeso dall’ etichetta tedesca e afferma di rispondere alle critiche con i fatti,  ovvero l’indipendenza della BCE e la stabilità dei prezzi .  Gli fa eco la sentenza della Corte europea di giustizia interpellata dai tedeschi  che di fatto ribadisce “l’ampia discrezionalità “ della banca centrale .

L’atteggiamento della BCE e le sue manovre si includono in un contesto più ampio: le ultime elezioni Europee hanno visto una crescita esponenziale dei movimenti anti-euro e, più in generale , una disaffezione dalla politica comunitaria frutto di una percezione di distanza delle istituzioni Europee. Non solo, la mossa di Draghi è compiuta all’inizio di un anno particolarmente problematico per il futuro dell’unione, minacciato da spinte centrifughe e da elezioni estremamente  delicate (non a caso Draghi sta già venendo incontro, sia pure in maniera ragionevole, ad alcune delle richieste di Tsipras, favorito nelle prossime elezioni di Grecia). Se, come probabile il Quantitative Easing sortirà gli effetti desiderati (specie nell’immediato),  potrebbe temperare le aspirazioni dei “nazionalisti monetari” di destra e di sinistra (e per la verità già Syriza sembra aver intrapreso la via della ragionevolezza). Dall’altro lato, Draghi risponde in primis alle funzioni del suo mandato. La Germania tuttavia esprime (anche) dei dubbi ragionevoli: forse che il QE allenterà la tensione riformista nelle politiche nazionali degli stati in bilico? (Non a caso, il rischio maggiore dei titoli viene comunque addossato agli Stati). Il presidente della BCE non ha mai cessato i suoi moniti a riguardo, anche per venire incontro a Berlino: ma una eccessiva euforia monetaria potrebbe mettere nel cassetto di molti governi quelle riforme strutturali necessarie per garantire una solidità nel lungo periodo.

Filippo Simonelli
Rino Festi

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