Se i criminali non vanno alla Giustizia… la Giustizia andrà dai criminali?

Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia renderà giustizia alle vittime o proscioglierà gli imputati, alimentando così il già crescente malcontento per il suo operato?

theodor-meronIl 10 dicembre scorso il Presidente del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ), Theodor Meron, ha presentato il Completion Strategy Report del Tribunale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre alla descrizione del lavoro svolto, il report ha tracciato le future iniziative del Tribunale e tra i vari punti esposti vi è quello sulla conclusione della sua attività. Meron ha infatti dichiarato al Consiglio che il TPIJ cesserà le sue funzioni entro il 2017, dopo la pronuncia delle sentenze degli ultimi quattro principali casi ancora pendenti e quando la prosecuzione dell’attività giudiziaria sarà definitivamente trasferita alle corti locali in Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Serbia e Kosovo.

I quattro restanti macro-processi riguardano alcuni dei principali protagonisti della guerra di Bosnia ed Erzegovina: l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, Radovan Karadžić, il generale Ratko Mladić, comandante dell’esercito serbo-bosniaco, Goran Hadžić, ex presidente dell’autoproclamata Repubblica della Krajina serba e Vojislav Šešelj, ex presidente del Partito Radicale serbo. Su quest’ ultimo caso è forse opportuno soffermarsi brevemente: il processo è iniziato nel 2006, con numerose difficoltà, non ultima il rifiuto dell’imputato di presentarsi dinanzi alla Corte e la sua decisione di avvalersi del diritto di auto-rappresentazione. Ammalatosi durante la detenzione ed essendosi la sua salute ulteriormente deteriorata, le autorità del TPIJ gli hanno concesso, agli inizi dello scorso novembre, un rilascio temporaneo, consentendogli di fare ritorno in Serbia, dove l’ex leader è stato accolto da una notevole folla di sostenitori, accorsi da tutto il Paese per manifestargli il loro appoggio.

Contravvenendo agli accordi, Šešelj ha immediatamente sfruttato questa rinnovata luce della ribalta per esprimersi in merito all’Onu ed al Tribunale. Le sue affermazioni, soprattutto nei confronti di quest’ultima istituzione, non sono state affatto concilianti, accusando il TPIJ di essere il frutto della globalizzazione, di soggiacere a logiche politiche e di riservare agli imputati di etnia serba un trattamento sfavorevole ed iniquo. Šešelj ha inoltre dichiarato che non avrebbe fatto ritorno all’Aia e che, anzi, si sarebbe sin da subito attivato per riproporre con forza l’idea della “Grande Serbia”, accantonata dalla leadership attualmente al potere, da lui definita di “traditori e rinnegati”, nella convinzione che un ridimensionamento del fervente spirito nazionalistico potrebbe favorire l’iter di adesione del paese all’Unione Europea.

Quali scenari si prospettano dunque, nell’immediato futuro, per il Tribunale e per Šešelj? Il TPIJ farà valere sulla Serbia il suo obbligo di cooperazione in ambito processuale? Una presa di posizione forte e chiara, dall’Aia, non è ancora giunta. Meron, da parte sua, al momento della presentazione del report, non ha pronunciato parola in merito ad una potenziale data di chiusura del processo a carico di Šešelj, diversamente che per gli altri tre imputati soprammenzionati. Un tentativo di placare gli animi e rimandare l’inevitabile? E che cosa potrebbe accadere se la Serbia si rifiutasse di riconsegnare l’imputato alle autorità del Tribunale? Mai come in questa circostanza soltanto il tempo potrà dare una risposta.

Nicoletta Ferfoglia

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