Moriremo democristiani

moriremo democristiani“Non moriremo democristiani”, titolava la prima pagina del Manifesto un articolo di Luigi Pintor del 28 giugno 1983, all’indomani delle elezioni politiche che segnarono un successo straordinario per la Dc. E invece sembra si sbagliasse. Dopo l’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica, è probabile che finiremo tutti democristiani. Come stanno a dimostrare le vicende politiche più salienti che hanno caratterizzato la vita pubblica del paese in seguito alla crisi definitiva della Seconda Repubblica.

La Dc non esiste più da almeno una trentina di anni, eppure la sua scuola politica continua a produrre leader e classe dirigente quasi per filogenesi e per salti generazionali. Quasi a colmare un vuoto in un contesto che non sembra più in grado di esprimere gruppi e personalità di rilievo o influenza politici. Non è un caso che, dopo l’ “invenzione” di Monti, si siano succeduti alla carica di presidente del consiglio due esponenti della Margherita, formazione di raccolta di ex popolari e democristiani prevalentemente di sinistra: Enrico Letta e Matteo Renzi che, ciascuno con la sua storia e i suoi percorsi, entrambi sono riconducibili alla medesima casa madre democristiana. E adesso Sergio Mattarella, democristiano doc di prima generazione, della Dc di De Mita per intenderci, miracolosamente sopravvissuto al programma di “rottamazione” di Renzi, in quanto funzionale – si può supporre – alle sue strategie di potere.

Raffaele De Mucci

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