La Haine – L’odio francese, dalla banlieue al Front National

I recenti attacchi terroristici in Francia ci invitano a riflettere sulle problematiche delle banlieues, sulla difficoltà di integrarsi, sulla questione dell’immigrazione. Temi trattati in un’intervista con la Prof.ssa Catherine Withol de Wenden di Sciences Po.

La Haine 1 La strage di Charlie Hebdo ha provocato nell’Occidente una forte ondata emotiva, rafforzando sia l’estesa aspirazione verso la libertà sia, altrettanto diffusamente, la propensione alla chiusura del dialogo, delle menti, delle frontiere.

Nel 2009, a pochi anni dalle Rivolte urbane del 2005, ho studiato in Erasmus presso l’Université Paris 13 Nord, nel cuore della sterminata periferia parigina. Vivendo nel novantatreesimo dipartimento Seine-Saint Denis (il più povero di Francia), ho potuto percepire la ghettoïsation dei c.d. francesi “visibili” (figli di seconda o terza generazione di migranti delle ex-colonie francesi), ufficialmente cittadini, praticamente emarginati, esattamente come i fratelli Kouachi o Amédy Coulibaly, autori degli attacchi terroristici di Parigi.

Ho intervistato a dicembre la Prof.ssa Catherine Withol de Wenden di Sciences Po Parigi, visiting professor alla Sapienza, chiedendo sua interpretazione dell’origine dell’odio delle banlieues.

Secondo la De Wenden

“attualmente le periferie francesi hanno numerose problematiche, ma il problema numero uno resta la disoccupazione. Ci sono tantissimi giovani, inclusi quelli altamente scolarizzati, vittime della diffidenza del plafond de verre, ovvero della difficoltà di accesso nel mercato del lavoro qualificato, a causa dei loro cognomi arabi o africani e della loro residenza in banlieue.

Tale problematica facilita l’ingresso degli esclusi dal mercato del lavoro nel mercato del lavoro illegale Catherine Withol de Wenden(il mercato della droga, e tutta una serie di altri mezzi di sopravvivenza), rendendoli anche piú propensi ad accettare l’offerta di un certo Islam radicale, molto importante per questi luoghi per la sua proposta di evasione dal disagio.

In quartieri orribili, dove regnano disoccupazione, violenza, e criminalità organizzata, l’Islam propone un mondo “meraviglioso”di pace e tranquillità all’ombra delle Moschee, vivendo come ai tempi del Profeta; sono in tanti a dire “ecco finalmente un luogo dove sono considerato, dove mi sento bene, dove sono qualcuno…mentre in strada non sono nessuno, e sono discriminato persino dalla polizia”…

(Non bisogna dimenticare che tutte le violenze urbane in Francia, nessuna esclusa, sono state legate al sentimento o a pratiche di discriminazione poliziesca i valori della Repubblica: Liberté, égalité e fraternité, principî talvolta dimenticati dai tutori dell’ordine.)

Queste persone trovano nell’Islam un’alternativa.”

Nelle periferie francesi c’è un’offerta di Islam molto forte, con una galassia di piccole moschee di diverse ispirazione, che talvolta propongono forme di radicalismo come il salafismo; De Wenden sottolinea che

non si tratta per forza di terrorismo internazionale (nonostante molti siano partiti a fare la jihad in Iraq); si passa da una proposta di vita alternativa -relativamente pacifica- di ritorno allo stile di vita medioevale, fino a forme di militanza armata.

Ulteriore difficoltà è il fatto che queste piccole moschee di quartiere siano meno controllabili rispetto alle grandi “moschee-cattedrali”, aumentando il rischio di deriva nell’islamismo radicale, talvolta finanziato da Paesi esteri (in particolare dai Paesi del Golfo).

Terzo fattore di criticità nelle periferie urbane francesi è

“l’inefficienza della politica locale, che provò a rompere l’isolamento periferico favorendo l’installazione in banlieue di grandi imprese.

In realtà si tratta di grandi aziende che portano gente dal centro solo durante l’orario di lavoro, offrendo pochissimi posti di lavoro ai giovani del luogo, essendo aziende di alta tecnologia e della comunicazione che richiedono personale altamente qualificato, lasciando spazio solo a lavori di manutenzione (pulizia, accoglienza, guardiania).”

La presenza di queste grandi aziende affacciate sulla banlieue provoca

“ancor più risentimento tra due mondi che non si incontrano mai (le élites in ufficio e i giovani banlieusards “a passeggio”), creando frustrazione.

Tutto ciò crea un cocktail potenzialmente violento, che può sfociare in rivolta, violenza poliziesca, forme di radicalismo religioso e di conflitti tra gang, molto velocemente.”

In seguito agli attentati di Parigi, il Front National di Marine Le Pen ha rievocato, oltre che la pena di morte, anche il ritorno alle frontiere, con l’abolizione dello Spazio Schengen, approfittando della rinnovata islamofobia per rafforzare il suo Programma Immigrazione con misure come la priorité nationale (concetto ereditato dall’idea di Préférence nationale di Le Pen pêre), tesa in primis a discriminare ed estromettere dal welfare state i residenti non cittadini.

Chiedendole opinione sulla fattibilita’ di tali programmi, la Professoressa non ha esitato a definirli

progetti inapplicabili, in quanto la Francia è legata a vari accordi internazionali su queste tematiche, in particolare quelli di dimensione europea. Gli stranieri comunitari hanno gli stessi diritti dei cittadini nazionali in Francia, quindi la priorité nationale potrebbe essere attuata solo uscendo dall’Unione Europea; proposta già avanzata dal Front Nationale, ma decisamente poco realizzabile, soprattutto economicamente.

Pensando ai flussi di profughi, la Francia ha firmato sin dal 1951 la Convenzione di Ginevra sull’Asilo, perseguendo l’obbligo di verificare la natura della persecuzione delle persone, per tutelare un eventuale diritto di asilo. Infatti, prosegue De Wenden,

i migranti con lo status di rifugiato hanno un permesso di soggiorno di lunga durata, con una carta di soggiorno automaticamente rinnovabile, che dà accesso alla cittadinanza francese con possibilità di naturalizzazione, e anche in questo caso non si può uscire dalla Convenzione di Ginevra, di cui come tutti i paesi Europei siamo firmatari, quindi anche uscendo dall’UE saremmo obbligati a rispettare questo dispositivo.

A norma di legge, significa che i cittadini residenti da lungo periodo che hanno lo status di rifugiato, hanno gli stessi diritti sociali e sfuggono al principio della “preferenza nazionale”. Riguardo le famiglie, il diritto al ricongiungimento familiare è un diritto garantito dalla Costituzione: il diritto di vivere in famiglia, impossibile da eludere.

Queste sono già tre categorie (gli europei comunitari, i rifugiati e i beneficiari del ricongiungimento familiare) che sfuggono alla preferenza nazionale, essendo parte integrale del dettato costituzionale e di accordi internazionali come la Convenzione di Ginevra; non bisogna poi dimenticare una quarta categoria, gli studenti,

gli studenti europei di accordi di scambio (come l’Erasmus) come anche quelli extraeuropei, che hanno il diritto di essere trattati come gli studenti nazionali, nel corso dei loro studi e nel loro ingresso nel mondo del lavoro.

I tentativi discriminatori dell’estrema destra sono stati fermati dal cambio di governo nel 2012 perché, secondo la sociologa,

impedendo agli studenti stranieri di entrare nel mercato del lavoro, ci priveremmo della possibilità di godere di un élite qualificata proveniente da tutto il mondo, di entrare nella competizione internazionale. Sarebbe un richiudersi in sé stessi.
Concludendo, la politica di priorità nazionale, in palese violazione di accordi internazionali e di principi costituzionali, è impraticabile giuridicamente.

In Francia, come in Italia.

Massimiliano De Giorgi

> Leggi l’altra parte dell’intervista alla prof.ssa Catherine Withol de Wenden “Il diritto di migrare, diritto del XXI secolo

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