L’Europa affronta il nodo sicurezza: rischio di un nuovo Patrioct Act?

A breve saranno decise a livello europeo norme per rafforzare la sicurezza e contrastare il terrorismo. Ma il pericolo di intaccare le libertà garantite è dietro l’angolo


passport controlIn seguito agli attacchi terroristici in Francia e in Belgio la questione del “counter-terrorism” è tornata prepotentemente alla ribalta occupando in maniera predominante l’agenda politica dei 28 come dimostrano i risultati del summit del consiglio dei ministri degli esteri europei del 19 gennaio a Bruxelles e del vertice informale tra i ministri degli interni del 29-30 gennaio tenutosi a Riga, in Lettonia.

Tra le proposte avanzate per rafforzare una risposta congiunta a livello di Unione, risalta il forte appello politico lanciato al Parlamento europeo per l’approvazione della direttiva PNR, Passenger Name Records, che obbliga i vettori aerei a fornire agli stati membri i dati dei passeggeri che entrano in Europa o lasciano il territorio dell’Unione, una proposta avanzata nel 2011 dalla Commissione che si era poi arenata in Parlamento perché ritenuta eccessivamente invasiva della privacy. Inoltre, è stata posta enfasi sulla necessità di scambiare un maggior numero d’informazioni attraverso Eurojust ed Europol, i sistemi di cooperazione giuridica in materia penale e di polizia, e di aumentare gli sforzi collaborativi con l’industria di internet per combattere il fenomeno di radicalizzazione e reclutamento “on-line” ricorrendo al sistema “check-the-web” , un sistema che coadiuvi gli stati membri nello sforzo di individuare i contenuti illegali per poterli bloccare efficacemente.

È stata ventilata anche la possibilità di emendare lo Schengen Borders Code per rinforzare le frontiere esterne dell’Unione, attraverso controlli sistematici basati sugli indicatori comuni di rischi presenti nei database riguardanti la lotta al terrorismo. Appare quindi tramontata la radicale proposta di modificare anche la normativa riguardante le frontiere interne, come si evince dalla dichiarazione del Ministro agli affari esteri italiano, Paolo Gentiloni, che rileva come durante il meeting “è emersa unanimemente la posizione condivisa che il problema non è Schengen” e in particolare che “non è limitando il diritto di circolazione che si combatte il terrorismo”.

Ma aldilà degli strumenti di intelligence, l’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, ha sottolineato come prima di tutto la sfida sia culturale e serva “un’alleanza di civiltà” con il fine di evitare la percezione errata che ci sia uno scontro fra l’ Occidente e il mondo islamico. Proprio per questo motivo alla riunione dei ministri degli esteri ha partecipato il segretario della Lega Araba, Nabil Al-Arabi, con il quale è stato sottoscritto un memorandum d’ intesa per “rafforzare la cooperazione” tra l’ Ue ed i paesi della Lega per favorire lo scambio di informazioni rilevanti. I 28 hanno altresì manifestato la volontà di comunicare in maniera più efficace con il mondo arabo dotando la Commissione di un portavoce che comunichi in quella lingua.

La necessità di un maggior coordinamento fra le varie intelligence nazionali e di controlli più stringenti alle frontiere non dovrà, però, spingere i 28 a prendere decisioni affrettate poiché il rischio di un nuovo Patriot Act è sempre dietro l’ angolo. Sarà imprescindibile individuare un delicato trade-off tra sicurezza e libertà garantite, evitando una deriva verso uno stato di polizia che rappresenterebbe, senza dubbio, una sostanziale sconfitta per il modello d’integrazione europea.

Gabriele Magnini

 

For more info:

Joint Statement Riga 29-30 gennaio

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