«Contro lo Stato Islamico l’intervento militare unica soluzione»

L’Occidente dovrebbe intervenire militarmente contro lo Stato Islamico? Lo abbiamo chiesto a degli esperti per capirne i pro e i contro.
Qui il parere del prof. Leonardo Morlino, professore di Scienza Politica presso la LUISS.

leonardo-morlinoQualche giorno fa l’IS ha dichiarato “Siamo a sud di Roma”. Può questa considerarsi una reale minaccia per la sicurezza del nostro paese o la pericolosità degli jihadisti del califfato sta invece nel fatto di essere un fenomeno più mediatico che militare?

L’IS è già una minaccia. Il problema è capire quanto questa possa essere concreta. Finora non lo è particolarmente.  Potrebbe diventarlo, dipende dagli sviluppi. Partiamo da un dato oggettivo: in Libia ci sono delle zone in cui praticamente ci sono stati falliti. Poi c’è il disordine nell’area mediorientale tra Iraq e Siria. È in questi vuoti che ci possono essere degli spazi di territorializzazione e di radicamento per l’IS.

Quindi particolarmente in Libia lo Stato Islamico potrebbe radicarsi.

Proprio in questa prospettiva c’è stata la reazione del governo egiziano. Che ha potuto agire con la forte motivazione dell’uccisione dei cristiani copti egiziani, anche se al-Sisi non è un grande protettore dei copti. Lui è però un protettore dello stato egiziano e così ha avuto senso la sua rappresaglia.

E come lo vede il rapporto tra lo Stato Islamico e il governo di Tripoli, vicino ai Fratelli Musulmani?

È difficile dirlo al momento. Se dobbiamo stare ai comportamenti di fatto, lo Stato Islamico ha una strategia del tutto egemonica, quindi potrebbe anche avvicinarsi ai Fratelli Musulmani ma con l’intento di assorbirli e dominarli.

Sia il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che il ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno dichiarato che l’Italia è pronta a combattere contro l’IS con un impegno militare importante, si parla di 5000 uomini. La soluzione militare, che diversi giorni fa sembrava essere quella dominante prima che l’ONU decidesse per la soluzione politica, potrebbe essere invece la più efficace contro lo Stato Islamico? Potrebbe eliminarlo?

La soluzione militare potrebbe essere l’unica soluzione fattibile in questo momento. Il problema secondo me non è tra una soluzione militare o una politica, perché se abbiamo a che fare con un soggetto che vuole la guerra, ci troviamo chiaramente in un contesto di guerra. La domanda invece dovrebbe essere: chi fa la guerra? Quali coalizioni verranno a crearsi? E qui i paesi più direttamente coinvolti (come sta già avvenendo con l’intervento della Giordania e con quello dell’Egitto), da soli o meno, dovranno reagire per proteggere se stessi. Inoltre è importante fare uscire dall’ambiguità alcuni dei paesi del mondo arabo come il Qatar e lo Yemen. A quel punto Europa e USA dovranno chiedersi se è possibile appoggiare questi attori. Per l’Occidente, l’elemento cruciale in questo periodo è il diverso ruolo del petrolio a livello geopolitico: quando abbiamo per gli USA un’autonomia petrolifera, quando abbiamo il barile ad un prezzo così basso, un intervento diretto potrebbe avere un significato meno rilevante. E questo è un elemento di contesto importante che rafforza la conclusione di cui sopra: la soluzione può essere solo militare, il problema è chi fa la guerra e come la si fa. È importante anche il come perché le armi che aveva Gheddafi noi non sappiamo dove sono andate a finire. E non sappiamo se Gheddafi aveva missili di media gittata o anche armi chimiche. Questa è un’altra incognita.

E quindi la soluzione migliore sarebbe quella di un intervento militare da parte di una forza panaraba, eventualmente supportata dall’Occidente.

Io non ho soluzioni migliori di questa.

L’Italia vorrebbe rendersi abbastanza protagonista in un eventuale intervento, militare o meno. Al nostro paese quanto conviene essere in prima linea?

L’italia è in prima linea. Essere in prima linea non è una cosa che si sceglie. Quello che sta avvenendo è proprio alle nostre porte. Poi come stare in prima linea è tutto da vedere. Come stare in prima linea significa dare attenzione alle alleanze, senza avventurismi solitari, dare grande ruolo all’intelligence e vedere come si evolve la situazione.

Lei non crede che questa guerra in Libia sia solo un affare interno all’Islam? Che l’Occidente è meglio si tenga fuori dalla questione per evitare imprevedibili contraccolpi?

Dire che è un affare dell’Islam significa non voler vedere la realtà. In termini propagandistici è proprio l’IS che vede solo la guerra come confronto con l’Occidente. Quindi non è un affare dell’Islam.

Secondo lei visto l’attuale caos in Libia, non è stato un errore eliminare Gheddafi?

Gheddafi era un dittatore capriccioso e imprevedibile che non aveva le protezioni di cui invece poteva vantare per esempio Assad. E così l’intervento è sembrato più ovvio e normale. Come al solito qui non si tratta tanto di intervenire o meno. Si tratta di gestire la fase successiva. Contribuire a detronizzare Gheddafi e poi disinteressarsi delle conseguenze è stato un errore. È chiaro che non è un errore semplice da evitare, per l’opposizione di altri stati arabi che complica il quadro nella stessa Libia, però una maggiore presenza ci doveva essere.

Quindi l’intervento militare contro Gheddafi secondo lei andava fatto.

Poteva essere fatto. Poteva essere fatto perché Gheddafi era un elemento di incertezza e di pericolo. C’erano delle buone ragioni per farlo.

Secondo lei che è un grande studioso di democrazia (recentemente è stato pubblicato il suo lavoro sulla qualità della democrazia in America Latina), Islam e democrazia è un connubio possibile?

Io riformulerei così la domanda: è un connubio facile? Certamente non lo è. Ma è sicuramente possibile. In Indonesia questo connubio c’è, ad esempio. È possibile quando si giunge nella cultura del paese ad accettare quella che Alfred Stepan ha chiamato la “doppia tolleranza”. Ad accettare che dentro la costituzione, com’è avvenuto per quella tunisina, ci sia il riconoscimento dei diritti civili e quindi che non vi sia come elemento fondamentale la sharia.

Perché le primavere arabe sono fallite? Era una reale domanda di democrazia quella?

In parte era una domanda di democrazia e in parte era una domanda di maggior benessere. Però la caratteristica dei processi di democratizzazione è che questi aprono spazi, possibilità. Aprire possibilità non significa creare la democrazia, significa creare le chances per la democrazia ma talvolta anche creare regimi ancora più autoritari.

Per finire una domanda un po’ provocatoria: potrebbe essere conveniente per l’Occidente, patria della democrazia, avere intorno a sé regimi autoritari che magari placano i vari estremismi?

Gli USA hanno per decenni pensato che questo fosse possibile. Poi negli anni ’80 con un articolo di Samuel Huntigton su “Foreign Affairs” ci si è resi conto che processi di democratizzazione avrebbero potuto comportare più stabilità di soluzioni autoritarie. Dipende dal contesto. Il contesto dei 21 o 22 paesi del mondo arabo è un contesto molto misto in cui sia paesi autoritari e sia paesi più democratici possono assicurare una certa stabilità.

E quindi un certo realismo politico potrebbe far bene all’Occidente: tenersi la democrazia per sé e favorirla ad altri solo in certi casi.

Ma una persona che ha valori democratici questo non dovrebbe condividerlo.

Intervista a cura di Michele Carretti

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