«Opportuno evitare lo scontro armato con lo Stato Islamico»

L’Occidente dovrebbe intervenire militarmente contro lo Stato Islamico? Lo abbiamo chiesto a degli esperti per capirne i pro e i contro.
Qui il parere di Lucio Caracciolo, direttore della rivista “Limes” e professore di Studi Strategici presso la Luiss.

lucio-caraccioloI media occidentali riportano quasi quotidianamente minacce del Califfato islamico. Quanta propaganda e quanti rischi reali corrono l’Occidente e l’Italia?

I media occidentali in genere enfatizzano la minaccia dello Stato Islamico, e così facendo gli danno certamente una buona mano. Naturalmente non si può non parlarne, anzi lo si deve fare; quello che distingue però l’IS dagli altri gruppi della stessa matrice è la sua capacità di penetrazione nei media e in particolare nella rete. Questo dovrebbe indurci ad usare qualche cautela nel riportare come reali le minacce dello Stato Islamico. Basti pensare che molta gente si è affacciata sulle spiagge di Ostia quando ci è stato annunciato che lo Stato Islamico era a sud di Roma.

La propaganda dell’IS può ispirare l’azione di qualche “lupo solitario”?

Più che i lupi solitari, direi che per ora abbiamo le prove che alcune migliaia di persone, la gran parte giovani europei e occidentali, non necessariamente musulmani, sono stati attratti e sedotti in rete e poi radicalizzati magari sul terreno di combattimento dalla propaganda dello Stato Islamico. Ci sono alcune inchieste sociologiche che offrono un quadro molto interessante di come ad esempio attraverso videogiochi come Call Of Duty, Zeus o altri, queste organizzazioni Jihadiste convincano delle menti un po’ avventurose e non eccessivamente mature della bontà della loro causa, addirittura presentandola come una causa di liberazione dell’umanità.

Quali sono i legami tra il nucleo originario del Califfato in Siria e Iraq e i suoi emuli libici?

Il rapporto è quello che ci può essere tra una madre lontana ma comunque piuttosto oppressiva ed un figlio che vive altrove, nel senso che questi gruppi libici, come Al Sahara Sharia ed altri, che hanno cambiato denominazione ed innalzato la bandiera del cosiddetto califfo sono dei gruppi locali che non hanno un rapporto gerarchico diretto con il gruppo di Al Baghdadi ma che hanno un certo scambio di informazioni e di persone: molti libici hanno combattuto in Siria e in Iraq e sono poi tornati a casa, specie in Cirenaica. Da qui a dire che il califfato ha invaso la Libia ce ne vuole. Stiamo parlando di centinaia, forse migliaia di persone che nel territorio libico usano la sigla Stato Islamico per essere più visibili ed apparire più potenti.

Ci sono possibilità effettive che una delle bande affiliate al Califfato possa radicarsi in Libia e prendere il controllo del territorio?

Di una parte del territorio sicuramente si, per ora è una parte relativamente minore: sappiamo che le basi storiche del Jihadismo libico sono in Cirenaica, in particolare a Derna; abbiamo visto bandiere califfali issate persino a Tripoli o a Sirte, ma questo non vuol dire che Tripoli o Sirte siano in mano al califfato. Bisogna distinguere soprattutto chi combatte effettivamente queste forze e chi finge di combatterle per ottenere di riflesso una sua quota di pubblicità.

In un suo editoriale lei ha sostenuto che “Fare la guerra in Libia sarebbe un regalo al califfo”: ma è possibile compiere azioni di altra natura incisive contro le forze del sedicente califfato?

Certamente si, anche se poi la battaglia concreta va fatta sul terreno, e sul terreno poi ci vanno le popolazioni ed i gruppi armati locali, come le milizie di Misurata, città nell’ovest della Libia in conflitto piuttosto radicale  con il governo riconosciuto in Libia, il governo di Tobruk. Il paradosso è che mentre queste milizie combattono l’IS, il governo di Tobruk bombarda le milizie di Misurata. Cosa possiamo fare noi? Poco, ma possiamo farlo bene. Ad esempio operazioni di corpi speciali, o operazioni marittime per affondare le barche usate dagli scafisti, alcuni dei quali potrebbero avere qualche legame con lo Stato Islamico, o comunque anche se non li avessero sarebbe un’operazione più che giustificata, quando sono vuote nei porti libici prima che partono. L’abbiamo fatto in Albania, potremmo farlo con buon successo anche in Libia.

Rispetto ad una opinione pubblica spaventata dalla comunicazione violenta del califfato, sarebbero opportune prese di posizione più nette dei governi oppure rischierebbero di destabilizzare?

Credo che le posizioni più nette abbiano un effetto piuttosto modesto. Non è quello che la gente chiede. La gente chiede più sicurezza, più protezione. Io credo che la prima cosa da fare sarebbe di spiegare di cosa si tratta, ridimensionare i termini della minaccia, sapere che quello che concretamente possono fare questi signori non è certo arrivare a piazza San Pietro, semmai metterci, si spera di no, qualche bomba. Il problema non è quello di essere sicuri al cento per cento che questo non avvenga, perchè non lo saremo mai, ma sapere che nel caso dovessero esserci degli attentati terroristici, la vita il giorno dopo deve poter continuare. Non dobbiamo diventare isterici, non dobbiamo lasciarci destabilizzare da questa domanda.

Nel caso estremo di ulteriori degenerazioni della situazione e di un possibile avvio di un effettivo conflitto armato, un intervento dell’Occidente al fianco di una coalizione della Lega araba o del mondo musulmano potrebbe allontanare i fantasmi dello scontro di civiltà?

Non c’è proprio alcuno scontro di civiltà, può essere buono per la propaganda del califfo o di qualcuno sul suolo europeo, ma non ha alcun senso dal punto di vista analitico. Le battaglie in corso sono tutte interne al mondo musulmano, e non sono certamente una novità. Se volessimo intervenire in queste battaglie dovremmo sapere bene cosa vogliamo. Sarebbe opportuno evitarlo, ma se dovessimo proprio intervenire dovremmo scegliere una fazione per combatterne un’altra. Il problema è che in Libia di fazioni ce ne sono parecchie, dunque sarebbe una operazione piuttosto laboriosa.

Possiamo aspettarci in Libia che in futuro vengano a crearsi le condizioni per una convivenza civile di stampo democratico?

Non credo.

C’è il rischio che un perdurare dell’instabilità nel paese possa influenzare le aree in cui può attecchire la democrazia?

Se si tratta della Tunisia, certamente. La Tunisia è un piccolo ma importante caso di eccezione nel panorama delle guerre civili del nord Africa, quindi andrebbe protetta ed aiutata. Un intervento a sostegno della Tunisia vale dieci interventi certamente fallimentari in Libia.

In conclusione, qual è il lascito delle primavere arabe?

Lo misureremo nel tempo. Certamente un lascito c’è. Ed è la dimostrazione che in quelle società, e nelle società mediorientali stanno cambiando molte cose, ma questo cambiamento prima che abbia degli effetti politici ce ne vorrà di tempo, e passeranno molte battaglie e molti rovesci prima di arrivare a forme di convivenza più vere, più democratiche e soprattutto più pacifiche.

Intervista a cura di Filippo Simonelli

Leggi anche l’opinione del prof. Leonardo Morlino «Contro lo Stato Islamico intervento militare unica soluzione»

Be Sociable, Share!