La Cina e l’imperialismo silenzioso in Africa

L’intesa miliardaria di Addis Abeba accorcia le distanze tra Cina e Africa, suscitando ulteriori perplessità sugli interessi di Pechino

china colonialism in africaIl 27 gennaio scorso Repubblica Popolare Cinese e Unione Africana (UA) hanno sottoscritto ad Addis Abeba un memorandum d’intesa per la realizzazione di infrastrutture e partnership industriali, del valore di 20 miliardi di dollari. È questo il coronamento di una sempre più preponderante presenza cinese all’interno del continente africano, tale da diventare un argomento di dibattito nei media internazionali e tra gli economisti e gli analisti politici. La presidente della Commissione dell’Unione Africana ha definito l’accordo “il più importante progetto firmato dall’Unione con un partner nazionale”, palesando le sempre più fitte relazioni tra Cina e Africa (i cui scambi commerciali si prevede raggiungeranno i 385 miliardi di dollari nel 2015) e l’interesse crescente di Pechino.

Da una parte infatti, come effetto della globalizzazione, il fabbisogno della Cina richiede sempre più risorse naturali per sostenere la rapida crescita economica; risorse fornite proprio dall’Africa, la cui estrazione e trasformazione è resa possibile dalle nuove infrastrutture costruite da società cinesi. Dall’altra, Pechino si presenta dal punto di vista tecnologico come all’avanguardia e con un politica estera di non interferenza, ovvero estranea alle logiche coloniali e poco interessata al rispetto dei diritti umani. Si tratta di caratteristiche particolarmente attraenti per gli Stati africani (molti dei quali dittature), che sanno di poter contare su un partner efficiente e indifferente alle dinamiche interne dei Paesi. L’accordo permetterebbe quindi ai due partner di usufruire l’uno dell’altro al meglio, determinando quella che i cinesi definiscono una “win-win” situation.

Non si tratta però solo di progetti di sfruttamento minerario ed energetico o di espansione dei collegamenti per il trasporto di materie prime: centinaia di iniziative educative, sanitarie e culturali, sono state realizzate nei vari paesi del continente, suscitando da più parti opinioni contrastanti. L’Africa sembra infatti essere diventata uno dei principali laboratori dove la Cina mette all’opera il suo concetto di “soft power” anche grazie agli “Istituti di Cultura Confucio”, considerati canali preferenziali per diffondere la cultura asiatica attraverso l’insegnamento della lingua cinese.

A quanti hanno accusato Pechino di avere interessi politici di stampo imperialista, Zhong Jianhua, inviato speciale della Cina in Africa, ha dichiarato: “l’eredità occidentale in Africa è che il continente dovrebbe ringraziare l’occidente, e che l’Africa dovrebbe riconoscere di non essere alla sua altezza. Questo non è accettabile”.

Al di là delle dichiarazioni programmatiche dei suoi rappresentanti, la magnanimità della Cina potrebbe tuttavia essere solo una facciata, volta ad ammorbidire ed a ottenere il sostegno dei governi verso progetti che realmente le interessano. Tale ipotesi sembrerebbe confermata dal fatto che le aziende africane non riescono, nella maggior parte dei casi, a vincere gli appalti per la costruzione delle infrastrutture, superati dalle duemila società cinesi operanti nel continente che riducono i costi di produzione. Questo determina un massiccio flusso migratorio Cina-Africa, occupando la forza lavoro cinese più che quella Africana. Inoltre, le popolazioni locali riferiscono di violazioni delle norme sul lavoro e mancanza di trasparenza, che influisce sulla qualità dei prodotti importati.

Giorgia Loperfido

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