La (Dis)Unione Europea davanti alle nuove minacce internazionali – parte 1

L’avanzata dell’IS in Libia e il conflitto ucraino ripropongono la questione dell’implementazione della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’UE. A quando una reale strategia condivisa per affrontare le nuove sfide della politica internazionale?

ISIS-black flagLe cronache degli ultimi mesi raccontano di conflitti feroci e difficili da arginare che si consumano proprio alle porte dell’Europa. La guerra in Ucraina e le minacce dell’IS gettano il Continente in un crescente stato di ansia e paura. Nonostante la – in verità apparente – rapidità degli eventi, viviamo uno scenario non del tutto imprevisto, se non altro perché a lungo temuto.

La più feroce e spietata delle formazioni jihadiste si insinua nel pantano libico, minacciando di approdare in Italia e da lì in tutto il Vecchio Continente. Un continente in cui la violenza jihadista ha già provocato morte e terrore, scavalcando i confini fino a colpire tre città emblema del mondo occidentale come Parigi, Bruxelles e Copenaghen. Le modalità e gli autori materiali di questi attacchi ci ricordano quanto oggi non servano più veri e propri eserciti, generali e capi di Stato per far scoppiare una guerra. Oggi le guerre esplodono in modo completamente diverso. Più che di esplosione si potrebbe parlare di un fuoco lento e insidioso che si propaga silenziosamente, rivelandosi di tanto in tanto in fiamme inaspettate e quindi più dannose.

Sono fuochi difficili da domare queste guerre a cui nessuno è abituato. Le loro battaglie sono diffuse, non hanno trincee, non hanno schieramenti definiti, non hanno divise, non hanno tempi e dunque non hanno tregue. Tuttavia la novità di questi conflitti non dovrebbe generare soltanto terrore e psicosi, nessuna guerra decreta sin dal suo inizio vinti e vincitori. Per vincere una qualsiasi guerra si ha bisogno di una strategia apposita che, rispolverando ancora una volta le teorie di Sun Tzu e Clausewitz, venga a capo di un piano ragionato che studi le novità del conflitto da affrontare e trovi i mezzi migliori per ristabilire un equilibrio di forze che garantisca la stabilità.

Oggi le ‘nuove guerre’ minacciano proprio l’Europa, un’Europa che – almeno sulla carta – avrebbe i dispositivi necessari per venire a capo di una policy condivisa in grado di affrontare queste sfide. Il Trattato di Maastricht del 1992, attraverso l’articolo 24, aveva già delineato i fondamentali della Politica Estera e di Sicurezza Comune, eleggendola a uno dei tre pilastri indispensabili per il successo dell’Unione Europea come soggetto politico. All’inizio degli anni Novanta si apre così una stagione di costruzione per un’Unione Europea che finalmente potesse agire come attore globale, capace di esprimere un’unica voce nella politica internazionale a nome di tutti i suoi Stati Membri. Il motivo principale che spinse i leader europei a perseguire con più decisione l’obiettivo di una politica estera e di sicurezza comune scaturiva proprio dall’esigenza di rispondere al drammatico cambiamento dell’equilibrio internazionale all’indomani della fine della guerra fredda.

Il collasso dell’Unione Sovietica ha implicato, è risaputo, la fine di un sistema di sicurezza rodato e semplice da interpretare. La rivalità tra le due superpotenze non lasciava spazio ad ambizioni di controllo da parte di soggetti diversi da Unione Sovietica e Stati Uniti. Con la fine di questo dialogo a due, il teatro internazionale si è arricchito di voci e di interpreti di istanze diverse accendendo focolai minacciosi in diverse parti del mondo.

Qui la seconda parte

Laura De Marchi

 

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