Matteo Renzi alla School of Government: “La rivoluzione passa per la flessibilità”

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha incontrato gli studenti della Luiss School of Government in occasione dei primi cinque anni di attività del corso. Ha parlato di riforme, situazione internazionale e corruzione. Eccone un breve sunto.

“In Italia manca una cultura governativa. L’Italia dei prossimi cinquanta, cento anni non si rifarà al mondo del lavoro ma al modello educativo culturale e di ricerca universitaria perciò al nostro modello deve essere data una chance di giocare. Noi non riusciamo a rappresentare quello che possiamo fare ma l’elemento chiave per i prossimi mesi ed anni è raccontare l’Italia non come il luogo dove si fa l’elenco dei capolavori del passato ma dove le idee vive crescono nel dialogo e, perché no, anche nella polemica”.

Ha esordito così il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, all’incontro tenuto oggi con gli studenti della School of Government della Luiss in occasione del quinto anniversario del corso, rimarcando l’importanza di una scuola di Governo, visto il momento storico e politico sempre più difficile.

Introdotto dalla Presidente Emma Marcegaglia, dal rettore Massimo Egidi e dal direttore della School of Government, Sergio Fabbrini, il discorso è stato molto partecipato ed ha toccato diversi argomenti, primo tra tutti l’importanza di un’istruzione di qualità ma al tempo stesso più accessibile.

“Dobbiamo portare avanti – ha affermato Renzi – una scommessa nel settore scuola, dell’educazione, della crescita. I terroristi vogliono farci morire come vogliono loro; non riuscendoci ci fanno vivere nel dramma come vogliono loro. Dobbiamo reagire attraverso la nostra identità, a partire dalla scuola per poi passare a fare un riflessione sul Governo che ci permetta di colmare il nostro gap”.

Il presidente del Consiglio ha poi fatto un piccolo excursus sul ruolo decisamente marginale e poco incisivo dei Paesi occidentali nei confronti di ciò che è avvenuto negli ultimi anni in Russia, in Ucraina, in Africa, in posti di cui non si parla più, tra cui l’Egitto e la Siria, perché non rientrano negli argomenti considerati interessanti in Italia e in Occidente in generale ma la cui storia è strettamente legata alla nostra.

“Il mondo di oggi è più complicato di prima, perciò – la soluzione del premier – c’è bisogno di flessibilità. L’Europa è la più grande rivoluzione di questi anni: l’applicazione rigida dei suoi regolamenti, infatti, porterebbe alla paralisi. Per far politica si deve essere flessibili, altrimenti la Germania oggi sarebbe ancora divisa non solo a livello economico ma anche amministrativo. L’Europa non si cambia con gli insulti ma da dentro, prendendo il volante in mano, così come l’Italia non ha bisogno di austerity ma di crescita, non di rigore ma di riforme, di ideali e di cambiamento”.

Con riferimento alla crasi “democratura” con cui viene definita la democrazia attuale in Italia il premier ha tenuto ad affermare che chi è legittimato a decidere, se non prende delle decisioni lascia lo Stato in anarchia. “Non è escluso che sbaglierà – ha affermato – ma se non prenderà decisioni di fatto ha già sbagliato”.

Tra le principali riforme indicate, la revisione del titolo V “per dare chiarezza a chi agisce tra regioni e Stato” e il superamento del bicameralismo perfetto con uno sguardo ai modelli politici di Regno Unito, Spagna, Grecia, Stati Uniti dalla cui comparazione, l’Italia emerge “molto peggio a causa della vetocrazia”.

Tra le soluzioni ipotizzate, una conciliazione tra Stati e uno sforzo per rendere meno pesante il ruolo delle magistrature, delle lobby a cui dovrà far fronte il Governo Italiano così come quello statunitense.

“Le leggi sono fatte per essere interpretate e complicate, basti guardare ad Equitalia e le pecche del software che impediscono di ridistribuire i fondi. Bisogna rendere semplice ciò che abbiamo in Italia e chiarire che c’è un responsabile per ogni cosa che avviene attraverso un linguaggio comprensibile, trasparenza e il controllo da parte dell’opinione pubblica, il primo controllore”.

“Non bisogna cambiare strutturalmente le leggi ma rispettare quelle che già ci sono. Una delle soluzioni, quella di aumentare le pene contro la corruzione e intervenire sul la durata delle prescrizione che di media è oggi sui 18/19 anni. No autorities e strumenti normativi per il controllo. I politici non devono giudicare le sentenze e devono sapersi dimettere quando si ritiene ci sia motivo. E’ una scelta della politica, non della magistratura”.

Cristina Alexandris

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