Accordo commerciale Usa-Ue: ecco perché il TTIP si concluderà con un nulla di fatto

Gli USA in ripresa economica guardano con meno interesse l’accordo di libero scambio con l’Europa. E tutto a svantaggio proprio del Vecchio Continente.

TTIP negotiations presser in BrusslesSi concluderà con un nulla di fatto il partenariato transatlantico per il libero scambio commerciale e gli investimenti (il cosiddetto Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP). Definito in un primo momento Zona di libero scambio transatlantica (o TAFTA), l’accordo in corso di negoziato segreto dal luglio 2013 tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America non si raggiungerà. Almeno fino a dicembre 2015, data prefissata di scadenza. 

C’era già da mesi il sentore nell’aria. Secondo Edgars Rinkevics, europeista convinto e ministro delle finanze della Lettonia, Paese con la presidenza di turno dell’Ue, sarebbe però solo una questione di tempo. Sulle stesse posizioni è Cecilia Malstrom, commissario Ue al Commercio, che si auspica almeno di “giungere a una conclusione sotto il governo Obama”.

Ma quali sono le cause di questo rinvio a data da destinarsi della conclusione dell’accordo? Può parlarsi di un forfait degli impegni negoziali assunti? Le diverse strategie dell’Europa e degli Stati Uniti hanno svolto un ruolo fondamentale. Da una parte, l’Ue, desiderosa di “aprirsi al mondo”, si rivolge verso il grande mercato statunitense. D’altra parte, gli Stati Uniti, concentrati nella strategia dell’Asia Pivot, guardano alle opportunità che possono provenire dal rapporto con il Pacifico per le commodity e con la Russia grazie alla ricchezza di risorse energetiche.

Le condizioni congiunturali favoriscono gli Stati Uniti ed evidenziano un forte interesse europeo a concludere l’accordo. Mentre l’Unione Europea cerca soluzioni rapide e vincenti per uscire dalla crisi che attanaglia molti Paesi membri, gli Usa stanno attraversando una fase espansiva. Il ruolo fondamentale nella posizione statunitense è giocato dallo shale oil, il petrolio Made in Usa estratto dalla frantumazione delle rocce.  La sua immissione nel mercato mondiale ha ridotto sensibilmente il prezzo della principale commodity. Pertanto, gli Usa hanno diplomaticamente snobbato la questione non obbligandosi con l’Europa, pur consapevoli che costituiscono con essa il 45 per cento del PIL mondiale (secondo i dati più recenti del Fondo Monetario Internazionale).

Cosa perde l’Europa senza questo accordo? In primo luogo le famiglie europee, così come quelle statunitensi, perdono dei vantaggi economiciÈ stato calcolato dal Center For Economic Policy Research di Londra, infatti, che l’applicazione dell’accordo farebbe aumentare il PIL mondiale tra lo 0,5 e l’1 per cento, pari a 119 miliardi di euro l’anno. Questo comporterebbe l’aumento per circa 545 euro l’anno per ogni famiglia europea. Per gli Stati Uniti, invece, a fronte di un incremento di “soli” 95 miliardi di euro, il reddito disponibile per famiglia sarà pari a 655 euro.

In secondo luogo l’Europa perderebbe i vantaggi di una maggiore protezione di investimenti e appalti pubblici, una maggiore uniformità e semplificazione di normative e l’incremento dell’occupazione, della concorrenza e dei movimenti di capitali.

Per recuperare le chance di una conclusione positiva del negoziato l’Europa dovrebbe valorizzare le sue risorse e puntare sul suo ruolo di magnete di sicurezza e di grande mercato comune. Per modificare la strategia asiatica degli Stati Uniti occorre quindi una profonda assunzione di responsabilità da parte dell’Unione Europea attraverso una politica estera autenticamente comune degli Stati membri. Un ruolo significativo sarà giocato altresì dallo spazio che le lobby sapranno ritagliarsi all’interno del Parlamento Europeo.

Cristina Alexandris

Pubblicato il 1 aprile 2015

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