Sul significato della guerra culturale dello Stato Islamico

La guerra combattuta dall’autoproclamato Stato Islamico (IS) non ha solo una dimensione militare, ma è sempre più evidente un secondo livello di scontro indiretto, o “soft”, che riguarda la sfera culturale.

isis ninveGli sfregi culturali commessi al museo di Mosul e recentemente al sito di Hatra, avvalorano la tesi dell’esistenza di un modus operandi consolidato in seno a quelle formazioni che Olivier Roy etichetta come “neo-fondamentaliste”. Quest’ultime (tra cui includiamo IS), sono caratterizzate da una ideologia religiosa di stampo “salafita”, nonché ossessionate dal ripristino del “vero Islam”. Sotto quest’ottica, la distruzione dei Buddha di Bamiyan come gli attuali scempi presso i siti di Mosul, Ninive e Hatra, non si configurano come lotta iconoclastica dell’idolatria, bensì, come volontà di fare “tabula rasa” di un passato ritenuto corrotto.

Il neo-fondamentalismo dello Stato Islamico è in altre parole, un agente di deculturazione, in quanto si sforza di epurare non solo la fede del credente, ma di ricostituire un tipo di musulmano “astratto” (un idealtipo) scorporato dal contesto culturale e sociale che lo contiene. Non interessa quindi, neanche la storia (originaria) del mondo musulmano, la quale nella miglior delle ipotesi non ha aggiunto nulla al periodo dei Salaf (i “pii antenati”, le prime tre generazioni di musulmani successive al Profeta Muhammad), nella peggiore è stata solo decadimento e corruzione.

È ferma la reazione della direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova, che in un’intervista sul quotidiano “La Repubblica”, evidenzia il sottile legame esistente tra la guerra “guerreggiata” e la guerra “culturale” dello Stato Islamico:

‹‹E’ una tappa dentro a un vasto programma di pulizia culturale. I gruppi armati utilizzano l’istruzione e i manuali scolastici per indottrinare i più giovani. Intanto sfruttano anche moderni strumenti di comunicazione e informazione per diffondere il loro velenoso proselitismo, vietano alle bambine di andare a scuola, uccidono i giornalisti, saccheggiano i musei e tutto ciò che può rappresentare la libertà di pensiero e la diversità. Nel colpire la cultura e le sue espressioni, vogliono cancellare la memoria e il patrimonio comune dell’umanità››.

È interessante evidenziare che nessuna cultura o popolo islamico ha mai sostenuto la necessità di abbattere le raffigurazioni artistico-religiose del passato pre-islamico. Ciò è valido tanto per l’Egitto faraonico, ma anche per la Siria o l’Iraq, con le sue molteplici testimonianze di un passato che affonda le sue radici fin dentro il III millennio a.C., oppure la Libia e la Tunisia medievale e moderna, che preservano le tracce del loro passato, non solo romano. La stessa Turchia, sede del Sultanato ottomano, restauratore del Califfato, non toccò mai le testimonianze del più remoto passato, come ad esempio quello hittita.

Tutto ciò, evidenzia quanto sia regressa e riduzionista l’utopia dello Stato Islamico, la quale fondandosi su una “pars destruens” spietata verso siti e manufatti millenari, ha come obiettivo l’edificazione di un homo novus per un nuovo ordine socio-politico deculturalizzato.

Dino Garofano

Pubblicato il 17 aprile 2015

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