Se l’IS fa rinascere Assad

L’offensiva dell’IS complica ulteriormente il quadro per la soluzione diplomatica del conflitto in Siria. Intanto le dichiarazioni di Kerry e la politica degli USA in Medio Oriente sembrano portare ad una riabilitazione della figura di Assad.

Senza titoloQuattro anni di guerra civile, più di duecentomila morti e circa quattro milioni di rifugiati in uno Stato sempre più frammentato sull’orlo del fallimento. Le parti belligeranti in Siria si moltiplicano nel tempo, spartendosi i brandelli di una terra martoriata e di una popolazione spaventata e sempre più sola.

Ad oggi è possibile rintracciare almeno tre centri di potere (nominale più che effettivo) che si contendono la vittoria finale in un conflitto ancora lontano da una soluzione. Il governo di Bashar al Assad – contestato dal 2011 dalle opposizioni organizzatesi nell’Esercito Siriano Libero – oggi controlla circa un terzo del territorio, le opposizioni sunnite e curde mantengono a fatica alcune regioni, mentre Al Nusra e l’IS si stanziano nella parte orientale.

E’ proprio l’avanzata dell’IS a complicare ulteriormente le prospettive di una soluzione diplomatica, già difficile a causa dell’inefficace e confusionario lavoro della comunità internazionale. Le minacce dell’IS infatti porterebbero per la prima volta Assad e Occidente dalla stessa parte della barricata, ma quanto è possibile collaborare con un governo da anni isolato?

Lo scorso novembre il Segretario di Stato americano John Kerry aveva parlato dello sviluppo di una pericolosa “relazione simbiotica” tra gli jihadisti dell’IS e Assad. I primi infatti possono presentarsi come unica alternativa politica a un governo dittatoriale sempre più privo di consenso popolare. Assad, d’altro canto, può proporsi come ultimo baluardo all’avanzata di una formazione terroristica che mira a trovarsi faccia a faccia con l’Occidente. Potrebbe bastare questo ad Assad per far dimenticare al mondo intero quattro anni di violenze inferte alla sua stessa popolazione?

Eppure, nonostante i timori del Segretario di Stato USA e l’indignazione espressa negli anni dalle potenze occidentali, oggi la figura di Assad sembra essere oggetto di una sorta di riabilitazione. Le interviste alla BBC e a Foreign Affairs dello scorso febbraio, ritraggono un Assad sicuro di poter trovare una soluzione politica al conflitto, ‘aperto’ al dialogo con gli altri Stati per sconfiggere i terroristi che assediano il governo legittimo della Siria.

Il più grande regalo che l’IS abbia fatto ad Assad è infatti proprio questo, la possibilità di sfumare e annullare i contorni tra opposizione e gruppi terroristici, in modo da potersi presentare come unica vera forza politica unificatrice sul territorio.

Ed è su questo punto che Assad gioca la sua partita anche sul piano internazionale, mirando alla propria reintegrazione in uno dei momenti più difficili per l’equilibrio dell’intera regione. Sembrerebbe così risorgere la vecchia realpolitik britannica, tipica del passato imperiale del Regno Unito, quando si preferiva affrontare le crisi nei territori controllati dalla Corona attraverso un appoggio più o meno deciso al potere locale.

Le spie di quest’inversione di tendenza nei rapporti con Assad sono rintracciabili nelle recenti dichiarazioni dei protagonisti ai network internazionali. Alla BBC il presidente siriano ammette l’esistenza di uno ‘scambio di informazioni’ con gli USA tramite Iraq, mentre in un’intervista alla CBS Kerry stesso sostiene che ‘alla fine si dovrà trattare anche con Assad’ per accelerare i tempi di una soluzione politica del conflitto siriano.

Un conflitto che dura da troppo tempo e a cui sicuramente bisogna mettere fine, ma siamo sicuri che riabilitare Assad sia la soluzione più giusta?

Laura De Marchi

Pubblicato il 26 aprile 2015

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