Congo: l’esercito s’impegna a condannare la violenza sessuale

I comandanti delle Forze Armate congolesi firmano una dichiarazione che potrebbe essere un primo effettivo passo per combattere la decennale piaga del Paese. Analisi dei rapporti tra popolazione e istituzioni in una realtà al limite

Congo-rape-victim-shields-007Il 31 Marzo 2015 i comandanti dell’esercito congolese hanno firmato una dichiarazione volta a combattere la violenza sessuale perpetrata dalle forze militari nei confronti della popolazione civile. L’impegno è stato assunto dalle FARDC – le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo – e prevede un effettivo procedimento penale per coloro che si macchiano di questo crimine, maggiore facilità di accesso per gli inquirenti e procuratori alle aree sotto controllo militare, collaborazione da parte dei comandanti nel riportare i fatti alle autorità e misure di tutela per le vittime e le altre parti dell’accusa durante i processi.

Il Governo congolese aveva già lanciato nel settembre 2014 un piano su scala nazionale per la lotta alla violenza sessuale e questa dichiarazione è stata accolta come un’efficace integrazione al piano. Tutta la storia del Congo – dall’esperienza coloniale ai giorni nostri – è macchiata da ripetute e gravi violazioni dei diritti umani. La violenza sessuale è evidentemente la piaga che con più ferocia si è abbattuta sulla popolazione civile, coinvolgendo donne (22% dei casi), uomini (nonostante ciò che si possa pensare, rappresentano il 4-10% dei casi) e bambini (65% dei casi negli ultimi quindici anni) ed è consumata sia in ambito domestico sia, dato ancora più sconcertante, scolastico.

Il punto fondamentale della questione, però, è la perpetrazione di questa pratica da parte delle stesse Forze Armate del Paese. Ciò diviene l’emblema del fallimento delle istituzioni nel perseguire lo scopo principale di un’organizzazione statale: la responsibility to protect. Nel complesso questo fallimento porta a classificare il Congo come failed state, mancando in esso alcuni elementi fondamentali di un apparato statale come la legittimazione da parte della popolazione, la prestazione di servizi pubblici e la presenza di un sistema giudiziario efficiente e trasparente. Questa tesi è, inoltre, confermata dalla presenza di un’azione di peacekeeping da parte delle Nazioni Unite (MONUSCO – resasi necessaria, tra l’altro, per garantire un controllo sulla condotta delle stesse Forze Armate) e dal preoccupante posizionamento della RDC nell’indice del Fund for Peace degli Stati più fragili: nel 2014 essa arriva ad occupare il quarto posto.

Alla luce di ciò, la dichiarazione delle FARDC costituisce, in realtà, solo un primo e timido passo verso la soluzione del problema: in primo luogo, infatti, c’è da considerare la questione della accountability delle istituzioni. Secondo il professor Georges Nzongola-Ntalaja – docente di studi Africani e Afro-americani alla University of North Carolina – il problema è soprattutto di tipo culturale: le storiche divisioni etniche imposte alle diverse componenti del popolo congolese hanno impedito la nascita di un qualunque spirito nazionale. Non può sorprendere, quindi, se il normale rapporto di fiducia che dovrebbe intercorrere tra rappresentati e rappresentanti non è mai stato realizzato, tanto più che la pratica del rifiuto dei risultati elettorali – e quindi della volontà del popolo – qualora non corrispondenti a quella delle élite ormai insediate, è all’ordine del giorno. Finché non si procederà a un’effettiva democratizzazione del sistema, nonché ad un progressivo decentramento dell’amministrazione pubblica, sarà difficile avvicinare i cittadini alle istituzioni ed eliminare la diffidenza nei loro confronti. E solo se ciò si realizzerà, saranno possibili effettive misure nei confronti dei responsabili dei crimini perpetrati.

Claudia Carnevale

Pubblicato il 4 maggio 2015

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