Renziellum

renzi-italicum

Da alcuni giorni abbiamo una nuova legge elettorale. Una valutazione del “Renziellum”, la riforma tanto voluta dal premier

Abbiamo una nuova legge elettorale, sia pure per la sola Camera, giacché il Senato nella sua attuale conformazione dovrebbe essere abolito con legge costituzionale per quelli che sono i propositi fermi del governo. Questa nuova legge la chiameremo “renziellum”, anziché italicum, in omaggio alla tradizione inaugurata da Sartori di intitolare in modo irriverente, come peraltro meritano, le riforme elettorali di questi ultimi venti anni, storpiando in latino maccheronico il nome del primo firmatario o comunque dell’autore di riferimento.

E’ “presunzione fatale”, direbbe Hayek, pensare che una legge o un sistema elettorale possano indurre per propria forza e virtù cambiamenti significativi e duraturi nei rapporti fra elettori, partiti e potere politico. Tanto è vero che, in scienza politica, semmai si possa parlare di variabile indipendente, questa funzione è solitamente assegnata alla società e al sistema dei partiti che possono in qualche modo imporre o suggerire, in ultima istanza, il sistema elettorale più confacente alla propria struttura e ai propri orientamenti.

Che dire, in sintesi, di questa nuova legge, a parte il fatto che è stata quasi imposta da Renzi in violazione, se non di norme legislative o costituzionali, almeno delle buone pratiche politiche nonché del buon senso? Che si tratta di un “porcellum” ritoccato per certi versi al meglio e per altri al peggio. Non regge tuttavia il paragone con la legge Acerbo che arrivava a premiare la lista vincente con i 2/3 dei seggi: e tuttavia attribuirne la maggioranza assoluta a un partito che al primo turno incassi meno del 30% dei voti è fortemente distorsivo, ai limiti dei “fulmini” della Consulta. Non regge nemmeno il paragone con la legge maggioritaria del 1953, la cosiddetta (immeritatamente) “legge truffa”, se non altro perché quest’ultima prevedeva apparentamenti fra partiti in un unico turno, cosa invece esclusa dal renziellum che sembra tutto puntare sulla competizione bipolare fra partiti “a vocazione maggioritaria” (la definizione era di Veltroni nel 1998): ora come ora sarebbe un monopartitismo di fatto monopolizzato dal Pd, “partito “nazionale” (la definizione è di Renzi), assai frammentato al proprio interno (n.d.a.).

In verità, il nuovo sistema elettorale non trova alcun riscontro in nessun paese, democratico o non: e questo qualcosa vorrà pure dire, salvo il diritto all’originalità. Anche se il nostro premier si è dichiarato certo che fra poco gli altri paesi europei faranno a gara per copiarlo. Staremo a vedere. In una società ampiamente pluralistica come quella italiana, con una cultura politica tanto frazionata, un sistema elettorale energicamente (e inutilmente) disrappresentativo, come quello ideato dal governo, è fatalmente soggetto a crisi di rigetto. O a produrre esiti diversi da quelli attesi.

Raffaele De Mucci

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