Rifugiati: l’inefficienza del regolamento di Dublino di fronte la crisi umanitaria

I limiti della normativa europea sulla domanda d’asilo e l’opinione di Christopher Hein, Direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati

accoglienza rifugiati regolamento dublinoBenché sia da anni all’ordine del giorno nell’agenda italiana, il tema dell’immigrazione e della gestione dei flussi migratori sembra esserlo meno in quella europea. Eppure una normativa comunitaria a riguardo esiste ormai da vent’anni. Il Regolamento di Dublino, infatti, ha lo scopo specifico di elencare i criteri per l’individuazione dello Stato membro competente a esaminare la domanda di asilo.

Nato nel 1990 e rielaborato nel 2003 e, infine, nel 2014, il Regolamento ha introdotto importanti novità in ambito di ricongiungimento familiare e tutela dei minori non accompagnati. Nonostante la semplificazione e l’accelerazione che la definizione di tali criteri ha portato a livello pratico, è facile rendersi conto dell’inefficienza di questo sistema che non è in grado di confrontarsi con la realtà odierna: ci troviamo di fronte ad una crisi umanitaria e a numeri che non possono essere gestiti da un singolo Stato ma che esigono un’azione collettiva e cooperativa degli Stati membri.

Di ciò ho discusso in un’intervista con il dottor Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati. Una delle falle principali di questo sistema è ravvisabile sin da subito nelle modalità di richiesta della protezione internazionale: lo straniero o l’apolide deve essere fisicamente presente sul territorio o nelle acque territoriali di uno stato membro dell’Unione. Non essendovi alternativa legale per giungervi, l’unica opzione sarebbe l’immigrazione clandestina che, oltre che pericolosa, non fa che aumentare il giro di criminalità organizzata che gestisce e lucra sul traffico di questi esseri umani. Presentare la richiesta in Paesi terzi è quello che noi proponiamo, in una rappresentanza diplomatica di uno Stato membro o, in un futuro, anche la rappresentanza dell’Unione” afferma Hein. Attualmente un sistema del genere non è presente a livello comunitario ma niente vieta agli Stati membri, singolarmente e autonomamente, di accettare richieste presso le sedi diplomatiche. Ridurrebbero, tra l’altro, la difficoltà nella gestione di un flusso imprevisto e improvviso di migranti sul territorio nazionale. Tuttavia, nessuno Stato membro concede tale possibilità.

il punto focale del dibattito rimane la collocazione dei rifugiati. Secondo il dottor Hein il sistema delle quote non aiuta il richiedente asilo, il quale dovrebbe essere sottoposto, piuttosto, ad un colloquio per comprendere in quale Stato membro abbia legami dimostrabili. E aggiunge che, in assenza di legami “la quota va bene se il Paese di destinazione presenta un programma d’integrazione per il quale si potrebbe avere un incentivo finanziario dall’Unione”.

A proposito dei recenti eventi che hanno visto protagoniste Francia e Ungheria, infine, il Consiglio non ha dubbi sul fatto che entrambi gli Stati stiano commettendo degli illeciti: la Francia esegue “controlli inammissibili” presso le frontiere interne dell’Unione, violando il trattato di Shengen. D’altra parte l’Ungheria, costruendo un muro al confine con la Serbia, vieta la possibilità di presentare la richiesta di protezione e contravviene, perciò, all’imperativo del non refoulement.

Quello che oggi si richiede è uno sforzo congiunto di un’Europa che rispetto a vent’anni fa è e deve essere in grado di fare di più. Che sia attraverso nuove e specializzate agenzie o tramite una cooperazione efficace tra i governi, è necessario garantire un accesso a canali sicuri per il raggiungimento dei nostri territori ed esigere un adempimento di tutte le parti agli obblighi su cui si fonda l’Unione.

Claudia Carnevale

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