L’Unione Europea e il (non) problema immigrazione

Siamo tutti portati a pensare che l’immigrazione in Europa sia un problema da risolvere. E se invece così non fosse? Un’analisi dati alla mano.

muro-ungheriaHotspot, quote, meccanismi permanenti, e ancora, asilo politico, status di rifugiati, flessibilità dei conti. Il nodo immigrazione sembra una montagna insormontabile per governi e istituzioni europee. Ma proviamo ad affrontare la questione in modo diverso. Poniamoci preliminarmente e con più pragmatismo alcuni quesiti: perché il fenomeno dell’immigrazione rappresenta un problema? In che modo o forma si esplica tale problema? Quali imprescindibili valori intacca? Che incidenza economica avrebbe l’immigrazione?

Innanzitutto bisogna tener presente che le politiche in materia di immigrazione sono competenza concorrente; in sostanza gli Stati membri hanno ceduto parte della loro sovranità, a riguardo, all’UE, conservando tuttavia alcune importanti prerogative. Tale decisione venne adottata per facilitare, all’allora Comunità Europea, il controllo delle frontiere e permettere la realizzazione del mercato comune. In tal modo ci si assicurava che le merci, indipendentemente dal luogo di ingresso, entrassero rispettando gli stessi requisiti e regole europee. Ma un conto sono le merci e tutt’altro sono le persone. E come spesso ha dimostrato, L’Unione Europea è deficitaria in ambito sociale.

Osservando i dati, essi ci dicono che dal 2008 ad oggi, in Europa, sono arrivati, dalle diverse rotte, 875.000 profughi, che rappresentano appena lo 0,17% della popolazione europea. E’ evidente che la tanto temuta, dal Presidente ungherese Viktor Orban, “contaminazione” europea è, al momento, una mera speculazione politica. Esaminando poi il lato della disoccupazione, i dati riportano una sostanziale divergenza tra flussi migratori e disoccupazione, cioè manca una interdipendenza tra i due fattori. Considerando in ultimo il fattore economico o per meglio dire un eventuale peso economico che potrebbe avere l’ingresso di importanti flussi migratori, ad esempio sul welfare state, uno studio ha evidenziato che, proprio in Italia, nel 2012 le entrate fiscali (imposte e contributi) versate da immigrati hanno superato di 3,5 miliardi le spese pubbliche destinate a quest’ultimi, registrando dunque un attivo (la maggior parte dei profughi che arrivano in Europa sono persone in età lavorativa).

Paradossalmente l’Europa avrebbe bisogno di immigrazione. Ad esempio vi è un dato che preoccupa gli economisti europei, quello demografico. Statistiche indicano che nel 2050 la popolazione raggiungerà il picco per poi declinare inesorabilmente. Sarà dunque una chimera assicurare gli attuali livelli di produzione e welfare. In tal senso, la Germania (come spesso capita) è la prima a muoversi, infatti la locomotiva d’Europa accoglierà gran parte dei profughi in arrivo nel vecchio continente. Ciò, oltre che per il “buon cuore” di cui si sono dotati ultimamente i tedeschi, ha, neanche a dirsi, una valenza economica. Proprio con l’arrivo di migliaia di profughi, molti dei quali in età lavorativa, la Germania intende ridurre il costo del lavoro, spingere la crescita e contemporaneamente far fronte al declino demografico. Dovremmo forse considerare il fenomeno dell’immigrazione come un qualcosa di “fisiologico” all’interno del sistema politico europeo.

Alla luce di tutto ciò pare che il problema, più che legato all’immigrazione, sia in capo alle istituzioni europee. Ed ecco, che per meglio comprendere la questione, ci viene in aiuto la teoria dei sistemi politici di Easton, secondo la quale, un sistema politico che funzioni, ingloba in sé gli input (bisogni della comunità), gli elabora all’interno del sistema stesso e genera gli output, ossia fornisce risposte concrete. E’ evidente come, allo stato attuale, il sistema Europa sia incapace di fornire tali risposte, immobilizzato com’è nella sua “intergovernatività”.

L’Unione Europea deve dunque recuperare o verosimilmente rafforzare la sua accountability a riguardo, affinché l’immigrazione non sia più considerata un problema, ma un’opportunità.

Onofrio Lattanzi 

Pubblicato il 27 settembre 2015

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