Da Kiev a Damasco le due mosse della strategia di Putin

Nel pieno della crisi siriana e tra i tentennamenti di Obama emerge sempre più la figura del nuovo zar Valdimir Putin, intenzionato a dare un nuovo ruolo internazionale alla Russia fiaccata dalle sanzioni economiche

zar valdimir putin russia.jpegOsservando attentamente i fatti che si svolgono sul grande palcoscenico della politica internazionale degli ultimi tempi, il protagonista indiscusso della scena è senza dubbio lui: il nuovo Zar della grande madre Russia, al secolo Vladimir Vladimirovič Putin.

Per capire la consapevolezza che Putin ha di questo nuovo ruolo sarebbero bastate, del resto, le poche, spregiudicate parole con cui il capo del Cremlino ha aperto il suo discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite, lo scorso 28 settembre: un veemente j’accuse pronunciato contro la politica estera statunitense post-guerra fredda, ricordando il ruolo preponderante avuto dalla Russia (allora Unione Sovietica) nelle negoziazioni precedenti la fine della seconda guerra mondiale. Arrivando perfino a indicare Jalta e la Crimea come territorio russo, “nel nostro paese”. Un chiaro riferimento alla partita ucraina.

Ma ora la questione ha perso di urgenza nel disegno geopolitico dello Zar. I tempi, nell’est ucraino, sembrano finalmente maturi per un progressivo cessate-il-fuoco con tanto di smilitarizzazione da ambo le parti in ottemperanza agli accordi di Minsk. Putin ha congelato la situazione in ucraina anche attraverso l’accordo tra Mosca e Kiev (con la mediazione della Commissione Europea attraverso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) sui rifornimenti di gas per l’inverno, e in attesa delle consultazioni elettorali nel Donbass, previste per la fine dell’anno, il suo sguardo si è rivolto altrove, alla Siria. Qui l’inefficacia dei bombardamenti della coalizione anti-Isis a guida Usa e il voltafaccia dei cosiddetti “ribelli moderati” addestrati dal Pentagono hanno palesato il fallimento della strategia americana nella regione, offrendo sponda facile a Putin per riportare la Russia con i “boots on the ground” di bushiana memoria nel grande gioco mediorientale come non accadeva dagli anni ‘80, quelli dell’Armata Rossa lanciata contro i mujaheddin afghani.

Dopo aver sostenuto militarmente Assad fin dalle prime battute della guerra civile nel 2011, Putin adesso supporta direttamente sul campo il leader siriano, ufficialmente in funzione di argine allo Stato Islamico, seppur con atteggiamento a dir poco ambiguo. Stimolando i dubbi, piovuti da fonti ufficiali della Casa Bianca e della NATO, su quanto lo Zar vada più in aiuto di Damasco attaccando i ribelli che contro l’Isis. Ma il puzzle delle coalizioni anti-Assad complica l’identificazione di quali siano i reali bersagli dei raid russi, rendendone difficile una condanna efficace.

E’ chiaro che nel lungo termine una soluzione militare in Siria è impossibile, men che meno tramite i soli interventi aerei o i missili dal Mar Caspio. Intanto, però, come primo effetto tangibile, la discesa in campo di Mosca in Siria è servita a compattare il fronte sciita, incassando l’appoggio di Iran e Iraq. Sul terreno, poi, i raid russi coadiuvano, oltre all’esercito siriano, le milizie dei Pasdaran iraniani e degli Hezbollah libanesi in appoggio ad Assad.

Un vasto consenso di fronte al quale è impossibile rimanere indifferenti. L’interventismo spudorato dello Zar di fronte all’indecisionismo – qualcuno la chiama prudenza – di Obama, oltre a mettere a nudo il disegno putiniano, pone una serie di interrogativi. Obiettivo primario di Putin è quello di porsi come risolutore della questione siriana agli occhi di Washington ma soprattutto della Ue, ottenendo come contropartita di normalizzare definitivamente il congelamento della situazione in Ucraina e un allentamento delle sanzioni.

Se la Russia in Siria iniziasse poi, come in parte già fa, a combattere davvero le forze del califfato (tra le cui file militano anche diversi combattenti provenienti dal Caucaso russo) la strategia obamiana di opposizione a tutti i costi ad Assad andrebbe incontro a un bel trauma. Obama è consapevole che combattere davvero l’Isis (soprattutto se a farlo fosse l’asse sciita compattata dallo Zar) significherebbe mettere un punto a favore della permanenza del leader siriano. Di contro, una transizione verso un regime democratico a Damasco, anche una volta debellato l’Isis, potrebbe portare ad ulteriore destabilizzazione. Entrambi gli obiettivi non sono raggiungibili assieme nel breve periodo. Delle due, l’una e questo Putin lo sa bene. Ma intanto gli stivali sul terreno gli ha messi giù lui per primo e sarà molto dura farglieli togliere.

Giacomo Mori
Filippo Simonelli

Pubblicato il 15 ottobre 2015

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