Da Washington a Damasco la lunga strada verso la pace – parte 1

La lotta al terrorismo dell’Isis passa anche e soprattutto per la stabilizzazione della Siria. Un processo che si è già aperto con il vertice di Vienna e che potrebbe concludersi con la spartizione del Medio Oriente secondo zone d’influenza

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Foto: Ingram Pinn per Financial Times

Non sarà la riproposizione in chiave multipolare della guerra fredda abilmente esorcizzata da Obama, ma certo è che con gli avvenimenti recenti le lancette dell’orologio della politica internazionale sembrano essere tornate indietro di molti, molti anni.

Il protrarsi della ormai quinquennale lotta fratricida che insanguina la Siria connessa all’ascesa del Califfato nero di Al-Baghdadi. Il ritorno all’offensiva dei talebani in un Afghanistan mai veramente pacificato che ha persuaso il presidente americano a prolungare la permanenza delle truppe Usa nel paese. E, da ultima, la maggioranza assoluta riconquistata da Erdogan in una Turchia braccata dalla paura, dove la strategia della tensione si è imposta su una democrazia dimostratasi ancora troppo giovane per non cedere alla scorciatoia dell’uomo solo al comando. Sono solo alcuni dei sintomi del regresso bellicoso che attanaglia un Medio Oriente nuovamente e drammaticamente in fiamme. A questi vanno aggiunti il ritorno in grande stile di Mosca in Medio Oriente, rapidamente accompagnato dai propositi di bilanciamento di potenza nel Mediterraneo da parte della marina statunitense. Per non parlare poi della spinosa, ancorché temporaneamente sopita, partita ucraina. Tutti fattori che sembrano prefigurare il ritorno al teatro bipolare dello scontro tra superpotenze.

Ma la Russia di oggi non è l’Unione Sovietica e un’analisi del genere sarebbe troppo riduttiva, anche perché il realismo in atto qui è un altro. Il realismo obamiano in Medio Oriente (e in Siria) è quello così ben descritto da Dario Fabbri su Limes: in sintesi, si dice che l’opposizione a tutti i costi ad Assad e all’Isis sono soltanto un’operazione di facciata da parte di Obama, il cui vero obiettivo, oggettivato dalla sua linea di politica estera, è quello di evitare l’emergere di un egemone nella regione. Da qui l’intervento militare di Mosca in Siria, mossasi per proteggere il proprio interesse nazionale colmando il vuoto di potere prodotto dal disengagement americano dal Medio Oriente.

A dispetto del cosmetico invio di forze speciali Usa in Siria, è questa la tattica attendista mediorientale di Obama, non così desideroso di impantanarsi in un vero intervento militare, memore dei precedenti Usa nella regione e sospinto da un’opinione pubblica che la pensa più o meno alla stessa maniera. Attendismo (qualcuno la chiama prudenza, qualcun altro smart power) per il quale i raid russi in Siria vanno benissimo, poiché svolgono un lavoro utile anche a Washington e poiché la situazione sul terreno è troppo destabilizzata perchè Putin possa trarne grande vantaggio. Checché se ne dica dalle parti di Washington gli obiettivi di Mosca in Siria sono molto chiari. L’obiettivo di breve termine Putin l’ha comunque raggiunto: quello di puntellare il regime di Assad, evitandone il collasso e rafforzandone il controllo della fascia orientale del paese.

Il vertice di Vienna di due settimane fa (primo di una serie di round negoziali) è stato un incontro sulla geopolitica della Siria, convocato più per chiarire la posizione e i reali obiettivi dei vari attori coinvolti (regionali e non) piuttosto che per affrontare direttamente il nodo politico di fondo della questione siriana. L’idea che si fa strada, appoggiata da Russia e Iran, accettata dagli Stati Uniti e anche dalla Turchia, è quella di un periodo di transizione di sei mesi con Assad ancora al potere seguito da elezioni, mentre Mosca ha da tempo dichiarato che i suoi raid andranno avanti per almeno quattro mesi. L’impressione è dunque che i negoziati, a Vienna, a Ginevra o dovunque verranno svolti, andranno per le lunghe, sempre che si vogliano fare le cose per bene senza delegare tutto nelle mani dell’Onu, ma convocando i rappresentanti siriani del governo e dell’opposizione (assenti a Vienna e non invitati nemmeno al nuovo vertice di sabato) e mettendoli attorno a un tavolo assieme alle maggiori potenze coinvolte (Usa, Russia, Iran, Turchia e Arabia Saudita) per produrre qualcosa di più di un semplice decalogo (il comunicato congiunto di Vienna era di nove punti) delle buone intenzioni.

Un accordo che non cambi in maniera politicamente significativa le cose, prodotto e calato dall’alto sopra le teste della popolazione siriana e dei gruppi di insorti non legati a Jabat Al-Nusra o all’Isis, potrebbe non essere difficile da far accettare nell’immediato, ma sarebbe quasi certamente dannoso nel lungo periodo, in termini di stabilità della futura Siria, favorendo l’avanzata del Califfato. Un accordo tra le parti una volta cristallizzata la situazione sul terreno potrebbe invece essere raggiunto e in questo senso potrebbe non essere così impossibile la prospettiva di una spartizione del paese secondo le rispettive zone d’influenza decretate dal campo di battaglia. Ovvero, una balcanizzazione della Siria sancita da una nuova Dayton. E’ chiaro, comunque, che prima di arrivare a questo si dovrà combattere ancora.

Fine prima parte

Giacomo Mori

Pubblicato il 17 novembre 2015

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