Il governo Monti quattro anni dopo: quale rapporto tra tecnici e politica?

A quattro anni dall’insediamento del suo governo tecnico e dal pieno della tempesta finanziaria sull’Italia, il professor Mario Monti fa visita agli studenti dell’Università Luiss  per parlare di quell’esperienza

Mario Monti Luiss

Mario Monti ospite alla Luiss

“Berlusconi ha dato la colpa a me che non abbia vinto la destra. Mi sembra anche un apprezzamento eccessivo. Non è stato di certo un sacrificio fare il presidente del Consiglio ma di certo l’Italia oggi sarebbe diversa senza questo passo e io sono contento di averlo fatto”.

Lo ha affermato il senatore a vita, presidente del Consiglio dei Ministri (2011-2013) e Ministro dell’Economia (2011-2012) Mario Monti presso la sala delle colonne dell’università Luiss di Roma in occasione di un colloquio organizzato dalla School of Government che ripercorre i passi cruciali di quell’esperienza.

Il governo Monti, costituito esclusivamente di tecnici, ottenne la fiducia del Senato il 17 novembre e quella della Camera dei Deputati il 18 novembre ed è stato in carica fino al 28 aprile 2013. Si è trattato del secondo governo costituito interamente di tecnici, dopo il governo Dini (gennaio 1995-maggio 1996). Il presidente della Repubblica aveva all’epoca tre opzioni: un governo di coalizione riunito intorno al tavolo ma con evidenti diversità tra partiti; un governo di grande coalizione con un presidente come Monti (la strada che prese la Grecia, con un ministro tecnico sostenuto da partiti politici) e infine una terza opzione, quella seguita da Portogallo e Slovenia: fare nuove elezioni. La quarta ipotesi, quella italiana, non era considerata.

“Nel momento in cui mi giunse la notizia di Giorgio Napolitano – ha spiegato Monti – lo spread era a 574 punti. Certo, non ero un membro eletto di un Parlamento ma il pubblico poteva conoscere la mia idea politica più a fondo di come gli elettori conoscono di solito la visione politica di un candidato che cambia durante il percorso. Non ero sicuro che si sarebbe riusciti a fare un governo ma non è una situazione nella quale si può dire di no”.

Sul perché abbia non abbia coinvolto nessun politico, l’ex presidente ha argomentato: “Ho provato a mettere ministri di estrazione politica nel mio governo ma non ci sono riuscito. C’era difficoltà a prendere misure difficili: il riassetto della pensione di anzianità non piaceva alla sinistra, la tassa patrimoniale non piaceva al centro destra; ciò significava che si doveva andare oltre la politica. C’era poi il problema della ‘foto di famiglia’: non era considerato accettabile essere visti di far parte di un governo al fianco dei componenti di un partito opposto, inoltre, le misure che avremmo dovuto prendere erano molto impopolari. Ho così scelto persone che conoscevo e di cui mi fidavo”.

Il governo doveva infatti affrontare una drammatica crisi economica del Paese mentre il sistema politico era in gravi condizioni di stallo. “Era un periodo molto difficile: c’è stata una riconosciuta responsabilità della tempesta dei mercati – ha affermato – anche se io questo l’ho appreso dopo”.

Non si è sbottonato alla domanda del nostro giornale che gli ha chiesto se la tecnocrazia favorisca o meno il mercato più della democrazia ma ha affermato che “sono stati i mercati finanziari a far cadere il governo precedente”, gli stessi che avrebbero contribuito “ad arrivare al 25 ottobre 2012 con la decisione dell’ex premier Silvio Berlusconi di non ricandidarsi”.

Entrando nel merito, il senatore a vita ha argomentato: “Dalle elezioni aveva l’aria di uscire o una coalizione di centro destra formata da Berlusconi, Lega e Fratelli d’Italia, oppure una coalizione di centro sinistra guidata dall’onorevole Bersani (col quale il rapporto è stato sempre ottimo ma con condizionamento di persone con visione dell’Europa diversa dalla mia) Fassina, Vendola, Camusso e Landini. In comune avevano però poca garanzia di volere l’equilibrio dei conti pubblici, una contestazione dell’euro ancora più aperta di quanto prevedessi e disprezzo per l’Unione Europea”. Motivazioni in grado di spiegare da sole il seguito degli eventi.

“I partiti – ha ammesso – ci appoggiavano senza gridarlo troppo. Ci facevano però perdere molto tempo. Invitavamo Alfano, Bersani e Casini in tre volte separate per non far vedere che entravano insieme a Palazzo Chigi. Serviva un argomento comune che mettesse tutti d’accordo e così, individuato nell’Europa, che era al di sopra degli interessi nazionali, nel gennaio 2012 abbiamo deciso di inaugurare anche noi come la Germania la prassi di andare in Parlamento prima di andare in Consiglio Europeo”.

Alla domanda su come mai non si sia successivamente ritirato dalla politica ha risposto di essere rimasto “per continuare a fare quello che avevamo cominciato. Per avere i conti in ordine non perché lo vuole l’Europa ma perché lo vogliono i nostri figli e i nostri nipoti. Per avere riforme strutturali per essere più competivi nello scenario europeo”.

Nel tirare le somme ha infine dichiarato: “Non lo so se abbiamo fatto politica però essere sganciati dall’ansia elettorale consente una prospettiva più svincolata. Abbiamo parlato di Rai, nomine, Corte dei Conti sui bilanci delle regioni, misure già nel salva Italia per la lotta all’evasione. Abbiamo scelto, pur avendo un disperaro bisogno di soldi, di non fare nessun condono”.

“Non siamo stati condizionati dalla Troika, né governati dall’esterno, l’Italia è stato l’unico Paese meridionale a salvarsi con le proprie forze senza chiedere a aiuti a Unione Europea o Fmi. Quando volevano darci aiuti non li abbiamo accettati”, ha sostenuto con orgoglio, senza però mai accennare al popolo e ai grandissimi costi sociali delle riforme.

Cristina Alexandris

Pubblicato il 16 novembre 2015

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