Quale politica estera per il prossimo presidente americano?

Il countdown per le elezioni americane è iniziato, tra meno di un anno la Casa Bianca avrà un nuovo inquilino. Quali che siano il suo nome e il suo colore politico, dovrà mettere le mani ai soliti spinosi quesiti della politica estera americana

Donald Trump Holds Campaign Rally In Las VegasIn uno scenario internazionale sempre più caotico è difficile fare previsioni realistiche, specie vista l’instabilità della situazione mediorientale. Sul fronte democratico la frontrunner è inevitabilmente Hillary Clinton, l’eterna predestinata candidata in pectore, quella stessa Hillary in piena crisi esistenziale proprio sul suo approccio politica estera. Se tra le mura domestiche appare capace di offrire proposte molto convincenti per il suo elettorato, specie se confrontate con le idee più avventate dello sfidante Bernie Sanders, sulle spalle della ex First Lady pesa ancora l’affaire di Benghazi, in cui il suo coinvolgimento non è mai stato chiarito del tutto. Ciò la fa apparire agli occhi di molti come la figura meno adatta a gestire il caos creativo in gran parte prodotto, se non solo dell’amministrazione Obama, da anni di frettolose scelte politiche compiute a Washington.

La Clinton condivide con il candidato repubblicano Ben Carson la volontà di creare di una no-fly zone tra Siria e Turchia con la partecipazione della Russia. Nel frattempo, la situazione sul terreno potrebbe rimanere la stessa di adesso per molto tempo. Almeno fino a quando Putin non avrà acquisito un potere contrattuale troppo forte per restare ignorato dal laissez-faire obamiano. Due sarebbero le strade perseguibili a quel punto: rafforzare la pista del negoziato tenendo conto della posizione di vantaggio di Mosca e quindi inserendo nella trattativa la questione in Ucraina (altro fronte della strategia dello Zar), oppure agire in maniera decisa rispondendo con la forza al test globale della potenza americana per sospingere indietro il revisionismo russo, in Siria e non solo.

La prima strada sarebbe quella perseguita da Obama. Ma è assai probabile che a trovarsi in mano la patata bollente possa essere il prossimo inquilino della Casa Bianca, scelto magari tra uno dei muscolosi candidati repubblicani.

Tra i rappresentanti del Grand Old Party spiccano due posizioni molto nette e distinte, attorno a cui si raggruppano diverse gradazioni, emerse con grande chiarezza durante il dibattito di Milwukee del 10 novembre. Da una parte c’è il fronte degli isolazionisti capeggiato da Rand Paul, preoccupato principalmente di ridimensionare il potere di Washington attraverso tagli del budget, che inevitabilmente andrebbero a ferire anche la difesa. In un momento in cui l’orgoglio nazionale americano è messo alla prova dalle minaccie e dalle violenze perpetrate dallo stato islamico anche a danni di cittadini americani, questo argomento ha poco spazio, specie nella retorica dei repubblicani. La coincidenza con il “Veterans Day” ha fatto il resto per far apparire Paul fuori posto.

Chi, inaspettatamente, si è trovato vicino alle posizioni dell’ex oftalmologo è stato Donald Trump. L’imprenditore dal parrucchino scintillante sembra infatti più preoccupato di difendere i confini meridionali del suo paese dai pericolosissimi “illegal aliens” provenienti dal Messico, contro cui vorrebbe addirittura costruire un muro di frontiera, piuttosto che preoccuparsi del ruolo degli stati uniti nello scacchiere internazionale. Meglio che sia la Russia a fare da poliziotto del mondo, il sunto del suo pensiero estero. A fungere da cerniera c’è Ben Carson che avalla in parte il nuovo piano della presente amministrazione di inviare in Siria una parte dei corpi speciali, pur mettendo l’accento sugli errori commessi in passato dall’amministrazione Obama.

A difendere posizioni più interventiste ci sono invece Jeb Bush, Marco Rubio e Ted Cruz, che suonano la carica dell’orgoglio americano. Il primo insiste perché gli Stati Uniti non siano il poliziotto del mondo, bensì la sua guida; il secondo si scaglia ancora contro Trump e le sue simpatie putiniane definendo il leader del Cremlino un “gangster”. Il governatore del Texas si rivolge contro Paul, sostenendo che gli Stati Uniti possono tagliare il budget senza dover affrontare l’enorme costo di perdere la propria sicurezza.

Se questo è quel che dicono i candidati sugli “hot topics” dell’attualità, ci sono altre partite rilevanti che rimangono aperte. Dal canto suo Hillary Clinton potrebbe avallare la linea obamiana in Europa, dopo averne sostanzialmente promosso l’operato, mentre tra i repubblicani la posizione più completa ed organica sembra essere quella di Marco Rubio. Il giovane senatore ispanico ha ovviamente a cuore la questione cubana per motivi anagrafici, e al tempo stesso si preoccupa di tessere buoni rapporti con i falchi anti-Putin in Europa: Rubio, ad esempio, è stato l’unico candidato a preoccuparsi di festeggiare la ricorrenza dell’indipendenza polacca. Il nuovo governo monocolore di Varsavia, infatti potrebbe essere l’interlocutore ideale per rinsaldare l’asse anti-Putin nel vecchio continente.

Naturalmente bisogna prendere tutte queste dichiarazioni come parte di una campagna elettorale, ma la sensazione è che l’orientamento della casa Bianca in futuro sia comunque destinato a mutare.

Giacomo Mori
Filippo Simonelli

Pubblicato il 18 novembre 2015

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