Da Washington a Damasco la lunga strada verso la pace – parte 2

La lotta al terrorismo dell’Isis passa anche e soprattutto per la stabilizzazione della Siria. Un processo che si è già aperto con il vertice di Vienna e che potrebbe concludersi con la spartizione del Medio Oriente secondo zone d’influenza

Obama SyriaPrima di arrivare alla spartizione della Siria secondo quella che potrebbe essere una nuova Dayton, la situazione sul terreno potrebbe rimanere la stessa di adesso per molto tempo. Almeno fino a quando Putin non avrà acquisito un potere contrattuale troppo forte per restare ignorato dal laissez-faire obamiano. Due sarebbero le strade perseguibili a quel punto: rafforzare la pista del negoziato tenendo conto della posizione russa di netto vantaggio e quindi inserendo nella trattativa la questione in Ucraina (altro fronte della strategia dello Zar), oppure agire in maniera decisa rispondendo con la forza al test globale della potenza americana per risospingere indietro il revisionismo russo, in Siria e non solo.

La prima strada sarebbe quella perseguita da Obama. Ma il rischio è che il protrarsi di tutto ciò possa far sì che a trovarsi in mano la patata bollente di tali decisioni, o di quelle future anche una volta raggiunto un accordo politico, sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, scelto magari tra uno a caso dei muscolosi candidati alle primarie repubblicane.

Se la storia, soprattutto quella recente, ci ha insegnato qualcosa, un (Jeb) Bush alla Casa Bianca non è mai una buona notizia, specie quando si presentano scottanti dossier di politica estera. Donald Trump è un’incognita. L’uomo del monopoli sembra la figura perfetta per fare da vittima sacrificale sull’altare delle scelte azzardate imposte dai vertici del Pentagono. Una malleabile pedina nelle mani dei generali Usa, ricalcando il destino che fu di Barack nei primi anni del suo primo mandato.

Dall’altra parte della barricata c’è lei: l’eterna predestinata, candidata in pectore del fronte democratico, quell’Hillary Clinton in piena crisi esistenziale proprio su quale linea portare avanti in politica estera, che condivide con il candidato repubblicano Ben Carson il sostegno per la creazione di una no-fly zone in Siria lungo il confine turco con la partecipazione della Russia. Una Clinton sulle cui spalle però, agli occhi dell’opinione pubblica americana (e non solo), pesa ancora come un macigno la maniera in cui gestì la questione libica connessa con l’incapacità dell’ex Segretario di Stato di fare la voce grossa di fronte all’interventismo di poco lungimirante di inglesi e francesi. Tutti sentori che la fanno apparire agli occhi di molti come la figura meno adatta a gestire il “caos creativo” mediorientale in gran parte prodotto, se non dell’amministrazione Obama, quantomeno di anni di scellerate politiche made in Usa del recente passato.

In ultima analisi, molto dipenderà dall’approccio del futuro presidente americano e il rischio paventato è quello di ritrovarsi a rimpiangere, fra qualche anno, il realismo obamiano.

Giacomo Mori 

Pubblicato il 23 novembre 2015

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