Il Sinai: una nuova provincia dello Stato Islamico?

L’attentato all’aereo russo precipitato in Sinai mostra come l’Isis sia presente, e si sia stanziato, anche in zone al di fuori di Iraq e Siria. E come le forze anti terrorismo dell’Egitto abbiano fallito nel contrastarlo

sinai-aereo-russo-metrojet009-1000x600Il sempre più probabile coinvolgimento del terrorismo islamico nella macabra vicenda dell’aereo russo precipitato in Sinai rievoca le parole dello studioso Eric Voegelin che, non a caso, definiva l’Egitto lo Sheol ebraico, il regno della Morte.

Dopo la prudenza iniziale, la mossa del Cremlino di sospendere per precauzione tutti i voli russi per l’Egitto ha rafforzato l’ipotesi dell’attentato. A sostenere dal primo momento l’ipotesi ordigno erano le cancellerie di Gran Bretagna e di Stati Uniti. Al di là della tragedia, ciò che è rilevante, è il bilancio fallimentare della guerra condotta da al-Sisi contro il terrorismo jihadista.

Le strutture di anti terrorismo egiziane in Sinai hanno ripreso operatività nel 2011, quando si era ancora nel pieno delle “Primavere Arabe”. Eppure, nonostante ulteriori sforzi ad opera del presidentissimo egiziano negli anni immediatamente successivi (2013-2014), il fenomeno terroristico nella penisola è aumentato in senso quantitativo e qualitativo.

Paradigmatica in questo senso, è l’operazione di upgrade e rebranding effettuata da Ansar Bayt al-Maqdis, una formazione jihadista locale (ABM, altresì nota come Paladini di Gerusalemme) dal 10 novembre 2014 divenuta “provincia”-affiliata dello Stato Islamico in Sinai (WS, Wilayat Sinai). ABM nacque come formazione nel gennaio 2011, ed aveva al centro della propria agenda obiettivi eterogenei ma spazialmente locali, che si rifacevano alle istanze autonomiste dei Beduini del Sinai, ai contrabbandi a Rafah, ed alle ideologie radicali vicine al salafismo armato e al qaedismo.

Benché si possa immaginare come simbolico il cambio di bandiera di ABM (da al Qaeda al “Califfo”), esso non è privo di significato. Con il giuramento di fedeltà (bayah) allo Stato Islamico di al-Baghdadi, ABM ha smesso di esistere per diventare WS: internazionalizzando di fatto il suo teatro operativo e il suo prestigio interno ed esterno. Il valore di questa alleanza strategica si evidenzia non solo dal perfezionamento delle strategie e delle capability militari (manovre multiple e combinate, atti diversivi, utilizzo di mezzi cingolati-bomba, RPG); ma anche dall’uso di un linguaggio operativo standardizzato dal Brand della sede centrale siro-irachena.

Le nuove modalità operative di WS – azioni diversive, coordinamento di più formazioni militari – impiegate il primo luglio 2015 nell’offensiva alle due città di al-Arish e Sheikh Zuweid, si sono rivelate simili alle strategie militari adottate dal “Califfo” nelle precedenti campagne di IS contro le postazioni irachene regolari a Mosul. Ciò è indice del profondo legame esistente tra WS e IS, nonostante la lontananza geografica delle due realtà, e la diversità dei teatri operativi.

La progressiva ramificazione di nuove cellule terroristiche in punti critici dello scacchiere egiziano – Sinai e Striscia di Gaza, confine libico, delta del Nilo e la zona della Capitale – è divenuta palese dopo l’attentato del consolato italiano del Cairo dell’11 luglio 2015 condotto dal Wilayat Ard al-Kinana. Dall’attacco è emerso come sia attivo un coordinamento operativo, un network tra differenti gruppi più o meno sconosciuti, e chi più chi meno franchising di IS.

In conclusione, l’innalzamento qualitativo della minaccia rappresentata da questi nuovi gruppi – dalla pianificazione degli attacchi, agli obiettivi ambiti – ha posto seri dubbi sulle reali capacità di stabilizzazione politica messe in campo dal counterterrorism egiziano. Nonostante infatti le varie misure atte a reprimere il fenomeno e il lancio di quattro campagne di anti terrorismo – ultima delle quali è l’operazione “Martyr’s Right”, Ottobre 2015 – non sembrano esser stati raggiunti risultati soddisfacenti. L’incapacità di arginare il fenomeno fa ipotizzare che il jihadismo in Sinai ed in Egitto, rappresenti una minaccia di medio-lungo periodo per il governo egiziano (ma anche per quello israeliano), nonché una fonte di destabilizzazione dell’intera area nord africana e medio orientale.

Dino Garofano

Pubblicato il 24 novembre 2015

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