Brexit: il Regno Unito lascia l’UE, giovani ottimisti ma manca integrazione sociale

brexitCon il 51,9% a favore dei “leave” contro il 48,1% per il “remain”, risultati del referendum popolare del 23 giugno, il Regno Unito ha lasciato l’Unione europeaÈ così la prima nazione ad andarsene: nella storia dell’UE questo caso non si era ancora mai verificato. Il “diritto di recesso”, contemplato nel trattato di Lisbona (entrato in vigore il primo dicembre 2009), permette che “ogni stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. Dal momento della richiesta, i trattati smetteranno di essere applicabili nel giro di due anni.

Nello stupore generale, l’inaspettata vittoria degli euroscettici inglesi ha immediatamente comportato le dimissioni del premier britannico, David Cameron, e non ha evitato ripercussioni negative sui mercati internazionali e sull’opinione pubblica, in special modo nei Paesi che meno beneficiano dei vantaggi di questa difficile membership. Mentre i vertici stanno in questi giorni definendo come procedere formalmente con l’iter di recesso, pare a tutti evidente quanto questa mossa sia un fallimento per l’UE. Al tempo stesso, però, ci si chiede fino a che punto – economicamente parlando – si può biasimare una nazione, ex parte dell’UE e non già dell’eurozona, di reputare nettamente superiori gli sforzi economici rispetto ai vantaggi dell’appartenenza e che ha così deciso di salvaguardare i suoi interessi pratici piuttosto che l’ideale di grande Europa nella buona e cattiva sorte.

Se il popolo ha deciso questo, contemplata anche l’ipotesi che sia stato un voto di protesta preso alla leggera, come si è voluto far passare da certa stampa, è indiscutibile che l’esito del referendum sia frutto di un malessere avvertito, di un euroscetticismo nato dall’insicurezza e in parte dalla mancanza di un senso di appartenenza alla comunità. Se il voto esprime una paura di fondo soprattutto nella fascia anziana della società, considerato che il “remain” proveniva per lo più dai giovani, tocca anche considerare che oltre il 60% di questi ultimi si è astenuto. Mentre si cerca di scongiurare le sorprendenti conseguenze di un eventuale effetto a catena nella geopolitica internazionale, gruppi di inglesi delusi dal risultato stanno protestando fuori il Parlamento e una petizione per una nuova consultazione ha superato i due milioni di firme. Si chiede la promulgazione di una nuova legge che permetta la ripetizione del referendum in caso di un risultato inferiore al 60% e con un’affluenza non inferiore al 75%.

Sono numeri, però, che si perdono di fronte agli oltre 16 milioni di persone che hanno votato a favore del “leave”, quindi la parola finale spetterà al Parlamento. Nel resto d’Europa intanto restano aperti i problemi legati alla qualità della vita e al benessere percepito dalle persone (austerità, lavoro, immigrazione, qualità della democrazia, politica monetaria). Se dal punto di vista burocratico non si può negare che ci siano difficoltà non trascurabili, ideologicamente parlando il discorso è ben diverso: i giovani europei credono nell’UE ma i processi di integrazione politica e sociale sono troppo in ritardo rispetto a quelli che riguardano gli accordi finanziari, a cui i possessori del grande capitale finanziario hanno da sempre dato la priorità.

Cristina Alexandris

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