Egitto: diritti umani, questi sconosciuti

Chiedere diritti civili, partecipare alla vita politica o semplicemente ad assemblee sindacali e divulgare dati è molto rischioso in Egitto. Chi manifesta senza autorizzazione, nel Paese agli ultimi posti per diritti e libertà, rischia di norma violenze fisiche e da 15 a 25 anni di reclusione. A volte, anche la vita.

Il caso di Giulio Regeni è solo l’ultimo di una vasta serie di sparizioni di attivisti uccisi per aver protestato o essere solo sospettati di averne intenzione. La procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio sul caso del giovane italiano e mentre si cerca la verità nell’ennesimo caso di massima violazione dei diritti umani, escono fuori realtà sconcertanti.

Non è una novità che l’Egitto abbia sempre temuto le manifestazioni e usato la repressione come strumento per mantenere lo status quo. Lo fece cinque anni fa, quando oscurò anche siti internet per evitare il coordinamento della rivolta che portò alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak, al potere da trent’anni, e lo fa ancora oggi, mentre molti, troppi attivisti continuano a sparire. Il ministero dell’Interno del Cairo aveva fatto sapere di “non aver autorizzato alcuna manifestazione in occasione dell’anniversario” della Rivoluzione, il 25 gennaio. Il nuovo presidente egiziano, al-Sisi, aveva inoltre aggiunto: “le autorità risponderanno rigidamente a qualsiasi agitazione”.

“Speciali misure” sono infatti state adottate nel centro della capitale del Cairo, scenario di una nuova ondata di arresti, e in diverse piazze come l’emblematica Tahrir. Ed è proprio in questa giornata di tensione e militarizzazione che del brillante dottorando italiano sparisce ogni traccia. Dettaglio non trascurabile, il ricercatore era specializzato in conflitti e processi di democratizzazione ed era al Cairo per la sua tesi, motivo per cui aveva numerosi contatti di attivisti. Di lui si ritroverà la salma dopo giorni di inenarrabili torture impresse nel corpo.

Invano l’Egitto sta tentando di non farlo dichiarare omicidio politico, come oggi potrebbe sembrare. La ricostruzione della dinamica degli eventi fa, infatti, dare per certo a molte fonti che il giovane sia finito nelle mani di una squadra dei servizi di sicurezza che da tempo lo controllava poiché partecipava da testimone a riunioni di sindacati dei lavoratori. Ciò che si sa è che le forze d’ordine locali non sarebbero nuove ad analoghi atti di violenza per punire ed estorcere informazioni. Si tratta di una prassi quotidiana nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, dichiara il portavoce di Amnesty International, Riccardo Noury.

È la stessa organizzazione internazionale per i diritti umani che denuncia la scomparsa di centinaia di persone in Egitto, destino che spetta non solo ad attivisti ma anche a gay e appartenenti ad altre religioni. Ben 500 persone l’anno secondo quanto ha registra l’Egyptian Commission for Rights and Freedoms.

Addentrandoci nella materia di studio di Giulio abbiamo trovato un Egitto ai minimi storici senza tutele per il cittadino, con condizioni di lavoro disumane, morti in fabbrica, stipendi giornalieri che non arrivano a 2 euro e bambini parte significante della forza lavoro (almeno il 15% secondo l’Unicef).
Come si possono garantire questi diritti in un Paese dove si viola anche il diritto alla vita?

Cristina Alexandris

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